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POESIA DI GUERRA?


POESIA DI GUERRA?


Reem Yassir

Mi è capitato di andare su internet a pascolare poesia nel Sudan. Ci vuole una certa faccia tosta. Ma la guerra ispira. Avevo trovata una poetessa, ma non ero certo due anni fa che fosse ancora lì,  Reem Yassir. Non so oggi.

Sudan. E' diventata una guerra tecnologica. Noi non la vediamo perché è "africana". Si fanno la guerra tra di loro, come ci piace dire. 14 milioni di sfollati, di cui quattro e mezzo si sono rifugiati nei paesi confinanti. 150/200.000 morti, non si sa di preciso. Sono tre anni e mezzo che noi voltiamo la testa dall'altra parte. 
Tecnologica. perché ha superato i confini politici e fisici che, secondo noi, hanno le guerre africane. E' diventata una guerra di droni. Partono non si sa da dove e arrivano dove vogliono. Non sai neppure da chi, se dalle Forze Armate Sudanesi (SAF) o dalle Forze di Supporto Rapido (RSF) o magari da un terzo. 
Questo mi ha colpito di più, che le guerre oggi dislocate in varie parti del pianeta tendono ad assomigliarsi tra di loro, nell'uso dei coltelli fino ai droni.
Questo mese di ottobre (2026) il Sudan ha vinto il premio per il miglior risultato e quindi in futuro ci aspettiamo sappia fare di più: 
- bombardato il mercato di Nyala, capoluogo del Sud Darfur, 39 uccisi e 43 feriti,
-  Abyei, area contesa tra Sudan e Sud Sudan, non hanno sbagliato un colpo, 153 morti, bilancio provvisorio,
- nella zona di  Al-Dibb, nello Stato del Kordofan Occidentale, vicino alla stazione dei camion, oltre 84 civili,
- nei pressi di Ankush, nel  Kordofan Occidentale, colpito un camion, uccise tre donne e un uomo, 
- El Dain, capitale del Darfur Orientale, presso il ristorante del mercato, 19 civili e 21 feriti, 
- El Odaiya, uccise 16 persone e altre 5 Abu Zabad, nel Kordofan Occidentale.
- un camion che portava 200 persone per un funerale,  è stato colpito nella città di Al-Dahab, Kordofan Occidentale, 145 persone uccise e 150 ferite.
                          ...   ...   ...                           La mia lista non è completa.



Abdel Fattah al-Burhan, il capo delle SAF, accusa l'Etiopia di fornire alle RSF la base logistica per il lancio dei droni. Vero? Falso?  Non importa. La guerra che sembrava tutta stretta nel Sudan, comincia a mostrare la sua dimensione più che regionale. Gli intenditori dicono è una guerra civile. Direi, è una guerra tra due sovranisti.
Ne faccio un semplice elenco:
- stanno, un po' si e un po' no,  con le SAF: Egitto, Turchia/maestra di droni, Arabia Saudita/mettono gli spiccioli, Pakistan/vede troppa escalation, Iran/adesso ha altro a cui pensare, Russia/incertezze iniziali, adesso è con al-Burhan (premio una base nel Mar Rosso?)
- schierati con RSF: Emirati Arabi Uniti/armi-mercenari colombiani... Libia, del generale Haftar/addestramento, Ciad, Cina (?) 
Cadono come burattini al di là del confine se la guerra divampa. Anzi, è già  divampata. L'Etiopia  ha  avuto la bella idea di rompere le relazioni diplomatiche con l'Eritrea che ha risposto con la stessa moneta, accusata di aver fomentato a sangue la guerra nel Tigray, dal 2020 al '22, dove  sono ripresi i combattimenti tra truppe della regione e quelle federali. Forse 11-15 morti per un drone arrivato dai federali (30 ottobre). 
Tigray, per chi non lo sa, è una regione dell'Etiopia. 

C'è poi un piccolo Stato che nessuno riconosce, il Somaliland, ma in posizione strategica. Il 26 dicembre 2025 è arrivato con passo felpato quel gentiluomo che porta il nome di Netanyahu. Riconoscimento, scambio di ambasciatori, future cooperazioni e altre amenità diplomatiche.               

Questa guerra, come fosse la guerra dei Trent'anni, è finanziata dall'oro, un aureodotto transnazionale che parte dal Sudan e va a depositarsi, attraverso mani che sono al posto giusto, nei caveau delle banche internazionali. 
E' una umanità dedicata alla filiera dell'oro, fatta di commercianti, intermediari, contrabbandieri, gruppi armati e governi stranieri. 
Quando il Sud Sudan è diventato indipendente dal Sudan nel 2011, le riserve petrolifere sudanesi hanno cambiato Stato. Nel Sudan non è rimasto granché per barcamenarsi, soprattutto in tempo di guerra. Forse più di due milioni di giovani, ricava dall'oro un precario e pericoloso  sostentamento. L'oro non si presenta ai minatori in squadrati lingotti luccicanti. Raffinarlo è un compito faticoso. Il mercurio frantuma la roccia, scaldato evapora e fa visita ai polmoni e i tre quarti di impasto che restano hanno bisogno di essere trattati a loro volta col cianuro! 
L'estrazione del Sudan è quasi tutta artigianale. Come tale è sottoposta alla estrosità della geologia che frana seppellendo almeno 82 persone nella miniera vicino a El-Nahud nel 
Kordofan Occidentale lo scorso 16 settembre oppure è divorata dalla guerra quando i caccia dell'Egitto (forse) colpiscono gli uomini della miniera presso il confine tra i due Stati,            Shamal al Wadi, perché troppo artigianali e fuori controllo, uccidendo dai 72 ai 200 uomini lo scorso 12 ottobre. 

Questa guerra meriterebbe da noi un po' di riguardo e non solo disinteresse tranquillo.  
Guelfi e ghibellini continuiamo a biforcarci con annesse faide e vendette, come fossimo ancora nella Firenze del medioevo. O sei con la Palestina o sei con l'Ucraina. Il pozzo avvelenato del pensiero binario non ci consente di venirne fuori. Come fossimo in piena Guerra Fredda con Stati Uniti e Russia a fare da regolatori. L'involucro narrativo è suppergiù questo.
E' una guerra di atrocità che chiederebbe un costante flusso di informazioni. Tacciono i social, i media di ogni tipo si dedicano ad altro. Anche gli aspetti umanitari fanno fatica. C'è Nigrizia e pochi altri a cercare notizie. Perfino in Polymarket, la piattaforma planetaria dove si scommette di tutto, ma proprio tutto, la guerra in Sudan non attira che scarsi giocatori. 
Eppure è una guerra ad alta tecnologia, va dalla fame agli stupri ai droni. Armi di guerra: stomaco-testosterone-intelligenza artificiale. Si riversa nei paesi vicini con centinaia di migliaia di sfollati. Ha perfino creato buone pratiche. 

Io faccio approssimativi riassunti sperando che qualcuno rompa il muro di silenzio.


Moriamo così tante volte in così tanti modi 
che dimenticheremo cosa significa essere vivi
Reem Yassir 

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