MARGHERITA ZOEBELI
Ripubblico
l'articolo che dedicai a Margherita
Zoebeli su Il Manifesto al momento del conferimento della
laurea honoris causa in pedagogia da parte
dell'Università di Bologna, nel 1989. Datato, perché Margherita è morta nel 1996,
ma vivo per la sorgente che sprigionava. Più che necessaria oggi.
Resisti, bimbo mio
Margherita Zoebeli
Margherita Zoebeli
il sogno
pedagogico
di una giovane donna di 76 anni
Il manifesto, 24.1.1989
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Margherita Zoebeli, 1963 |
Si può laureare un sogno? Honoris causa, per di più. Il
materiale umano trasformato dall'educazione: un sogno che trova sempre i
suoi testimoni nonostante le catastrofi mentali e storiche a cui siamo
abituati. Non era ben chiaro, lunedì 23 gennaio, se fosse coraggio o impudenza
quella dell'Università di Bologna: tre lauree ad honorem in
pedagogia. Gaudeamus igitur la macchina accademica si è
rimessa in moto e sfornando diplomi in fondo laurea soprattutto se stessa e i
suoi fulgori. Mario Lodi,
quello del "paese sbagliato"; Paulo Freire, quello della coscientizacao,
Brasile, pedagogia della liberazione: Margherita Zoebeli, quella di che?
Quella che ha cominciato facendo la cercatrice di bambini,
come altri fanno i cercatori d'oro. Le vicende dell'Europa li sbandavano,
rendevano i bambini più abusivi di quello che normalmente erano e sono.
C'era bisogno di raccoglierli, di sottrarli per quanto possibile al gioco
della guerra degli adulti.
Il Soccorso Operaio Svizzero aveva sviluppato una particolare sollecitudine alle forme di solidarietà verso i bambini sperduti e gli adulti spiazzati, profughi o disoccupati. Si era costituito negli anni Trenta, all'epoca della grande crisi, secondo una fiorente tradizione del movimento operaio centroeuropeo.
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Bambini durante la Guerra Civile spagnola |
Margherita Zoebeli racconta di queste cose con grandi pause e un
ritmo leggero, come una voce che tradisce l'amore per la musica, restia ai
particolari della propria esistenza come chi è molto preso dal presente, cioè
dal futuro.
Attualmente è una giovane donna di 76 anni, essendo nata a Zurigo nel '12, da più di 40 anni in Italia, anche se pronuncia ancora "kvi" per qui. Continua a fare la cercatrice di bambini, ma il mestiere è diventato oggi più duro. I bambini sono scomparsi, diventati fantasmi nella testa degli adulti, irriconoscibili mammiferi a cui è stato sottratto linguaggio, cultura, utopie, gesti. Una volta ritrovato il bambino bisogna dargli una mano a ritrovare se stesso. Era più facile, paradossalmente, trovarli in Spagna nel 1938-39, per tirarli via dalle bombe, dalle rappresaglie o dalla solitudine e dalla fame.
Attualmente è una giovane donna di 76 anni, essendo nata a Zurigo nel '12, da più di 40 anni in Italia, anche se pronuncia ancora "kvi" per qui. Continua a fare la cercatrice di bambini, ma il mestiere è diventato oggi più duro. I bambini sono scomparsi, diventati fantasmi nella testa degli adulti, irriconoscibili mammiferi a cui è stato sottratto linguaggio, cultura, utopie, gesti. Una volta ritrovato il bambino bisogna dargli una mano a ritrovare se stesso. Era più facile, paradossalmente, trovarli in Spagna nel 1938-39, per tirarli via dalle bombe, dalle rappresaglie o dalla solitudine e dalla fame.
Trasferirli in Francia, alloggiarli e assisterli.
Abituarli a fare a meno dei genitori che spesso, esuli in Francia via
Bilbao-Bordeax, venivano ricaricati sui treni e rispediti dall'altra parte dei
Pirenei. Oppure cercarli in Austria, ancora
prima, quando i socialisti venivano messi in galera e i loro figli vagolavano
qua e là. Con una intuizione geniale il Soccorso Operaio si preoccupava di trovare famiglie ospitanti
in grado di prendersi cura di questi bambini. Una solidarietà politica che
intreccia padri, madri, fratelli e sorelle, che apre e moltiplica le famiglie
creando un tessuto di umanità reciprocamente responsabile.
Quando nel '45 Margherita Zoebeli viene a Rimini per conto del Soccorso Operaio il suo compito è quello di organizzare un centro di assistenza e di incontro, come ce ne sono altri per l'Italia disastrata. Prima ancora era stata dai minatori in Francia e tra i partigiani della Val d'Ossola, come apprendistato alla politica della solidarietà. Dove la parola politica non è un eufemismo. I progetti educativi, le reti solidali, il sostegno materiale, non sono i casomai della lotta di classe, impegni per i momenti eccezionali. Sono parte sostanziale di un programma politico di trasformazione.
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Il Centro Educativo Italo Svizzero alle origini |
A Rimini il Centro gioca subito la carta educativa con la
scuola materna prima, quella elementare poi, diventando il Centro Educativo Italo Svizzero.
Le baracche di legno arrivano dalla Svizzera e sono ancora lì adesso, a
dimostrazione che si può essere baraccati e intraprendenti. Non c'è più invece
la doccia che per un decennio ha costituito una delle occasioni più consistenti
di aggregazione. Venerdì le donne, sabato gli uomini, poi la doccia collettiva
dei bambini. Prova che tra pulizia e politica ci può anche essere un buon
rapporto.
C'è però ancora la stessa logica che ha pensato il Centro Educativo: un
luogo in cui la gente non si ammucchi, in cui si possa distribuire, incontrare
e autorganizzare, in cui l'interno non precluda l'esterno e viceversa.
Inevitabile il pensiero ai saloni per adunanze, ai cortili degli oratori, alle
solitudini cantate da Paolo Conte.
Storie diverse, altri maestri. Il Centro di Rimini è in provincia di Vienna, la Vienna Rossa degli anni Venti, il Movimento degli Amici dell'Infanzia, l'Associazione pedagogica per il Bambino Proletario, il Movimento per l'Educazione Socialista, Max Adler e gli altri austriaci, Kurt Kerlow-Lowenstein e i tedeschi. Una miscela che a Rimini darà i suoi frutti reagendo con i frammenti della pedagogia libertaria progressista, come si diceva una volta, presenti in Italia.
Ne sortirà un laboratorio educativo di prim'ordine, luogo di
esperienza e di riflessione per ogni pedagogia di liberazione e per le
non-pedagogie, requiem aeternam per l'insegnante frontale
domatore di bambini, ipotesi di scuola non ossessionata dal sorvegliare e
punire. Margherita ricuce i diversi scampoli e li
mette a fermentare tra le baracche, in sordina, nonostante il viavai di curiosi
e di studiosi. L'appoggiano amici in odore di anarchia, il sociologo precoce,
l'aristocratico tedesco antinazista, l'elettricista autodidatta, il sinologo
globetrotter, gli architetti urbanisti, l'economista industriale. il falegname
provetto, il pedagogista in pantaloni corti, ecc.
Con un po' di amarezza Margherita Zoebeli ricorda queste cose. Consapevole che la sinistra e il movimento operaio non hanno mai scommesso troppo sull'educazione e sulle sue possibilità. E che, comunque, sia necessario restituire al bambino la sua esperienza, ricostruire la sua autonomia. Attraverso l'autorganizzazione e la cooperazione.
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il prof. Francesco De Bartolomeis con alcuni suoi allievi al Centro Italo Svizzero |
Progetto ardito ieri, temerario oggi, nell'imperante mistica della
competizione, nella separazione dei saperi altrimenti detta
"professionalità". Eppure girando per le baracche del Centro,
ascoltando la conversazione dei bambini o catturando i loro silenzi, sembra che
qui il Gatto e la Volpe e Lucignolo non siano andati definitivamente in
pensione. Che sia ancora possibile la trasgressione consapevole come l'aiuto
reciproco, che il bambino sia reale e non addomesticato.
È una storia di resistenza, molto underground come tutte le storie
significative dei nostri tempi. Bisognerebbe capire quanto è grande la loro
costellazione e tirare così alcuni sospiri di sollievo.
Se Margherita
Zoebeli a settant'anni suonati se ne va in Nicaragua a
cercare altri bambini, a inventare altri Centri Educativi, con o senza doccia,
il mondo diventa più congeniale e simpatico, è certo che le margherite
zoebeli sparse un po' dappertutto si stanno dando da fare contro la neoretorica
infantile del manichino umano griffato sopra e sotto, del gorgheggio canoro che
commuove gli adulti, del culetto rosa per pannolini soprannaturali, dei
fronzoli devozionali del bambino pietista, dei brividi elettrici dei bambino
telematico. Se lo smarrimento dell'infanzia è il segno della più generale
perdita di senso, da qualche parte il bambino reale viene aiutato a
ricomparire, con le sue chimere, le sue allucinazioni, terrori e miraggi.
GRAZIE CLAUDIO,
RispondiEliminaHO LETTO QUESTA LETTERA(MI PIACE COSI' DEFINIRLA)PROVO MALINCONIA E RABBIA PER IL BAMBINO REALE CHE OGGI FA FATICA AD EMERGERE.
E GLI ADULTI,SONO CONSAPEVOLI DI CIO'?
SONO CRESCIUTA CON VESTITI TAGLIATI E CUCITI DA MIA MAMMA, PANNOLINI IN STOFFA CHIAMATI"CIRIPA'"
NIENTE FIRME,NIENTE CREME, MA SAPONETTA DI MARSIGLIA (DA BUCATO).I BAMBINI, NON HANNO BISOGNO DI ABITI FIRMATI,MA DI UN MAGLIONE PER RIPARARSI DAL FREDDO. MARGHERITA ZOEBELI,GIOVANE EDUCATRICE/RICERCATRICE DI ANIME VERE NON PUO' CHE LA MIA STIMA. FIRMA...UN'EDUCATRICE.
Una domanda - la quadra e' di l'artista inglese, Edward Bawden. Perche?
RispondiEliminase si riferisce al disegno, non credo proprio, è di un grafico del quotidiano Il Manifesto, di cui al momento non trovo l'originale (del 1989!), ma che cercherò
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