I RITMI MIMICI DI MARCEL JOUSSE
pubblicato su Il Manifesto del 2 novembre 2011

Non è facile districarsi nei rituali della memoria. Gli anniversari
tondi hanno un fascino un po’ sibillino. Cinquant’anni fa morivano Ernest
Hemingway, Frantz Fanon, Louis-Ferdinand
Céline, Luigi Einaudi, mio zio prete, Gary Cooper, Chico Marx, Patrice Lumumba,
Carl Gustav Jung, e alcuni milioni di altre persone, tra cui duecento algerini
uccisi dalla polizia a Parigi, e, sempre in Francia, Marcel Jousse, antropologo a noi sconosciuto.
L’occasione di parlare di Jousse non è tanto il cinquantenario della sua morte,
quanto l’uscita in italiano di un suo libro, La sapienza analfabeta del bambino. Introduzione alla mimopedagogia.
A cura di Antonello Colimberti, traduzione di Ornella Calvarese, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze,
2011, pagg. 254, € 12. In originale si intitola Il Mimismo e il linguaggio del bambino. Più che un libro in senso
proprio è la resa stenografica di lezioni tenute nel 1935-36 all’École d’Anthropologie di
Parigi. Va dunque letto “ascoltandolo” e possibilmente non sovrappensiero,
sapendo che se possiamo leggerlo è solo grazie alla intelligente e quotidiana
stenografia di un’allieva, Gabrielle Baron, che gli ha anche dedicato un
indispensabile libro.
Difficile trovare Marcel Jousse nei manuali
di antropologia anche se la insegnava alla Sorbona e si definiva
“antropologista”.
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Michel De Certeu |
Si sbagliava Michel De Certeau ad essergli
vicino, stimarlo e a dedicargli nel 1965 un corso?
Si sbagliava James Joyce che, avendo assistito nel 1928 alle “pantomime evangeliche” di Jousse in cui si
ricreava l’oralità aramaica dei vangeli, scriveva di joussture nel caotico Finnegans
Wake?
Si sbagliava Roman Jakobson ad apprezzarne
l’analisi dello stile ritmico orale?
Si sbagliava il Vaticano a bloccare in
Italia l’uscita di Le Parlant, la Parole
et le Souffle, dopo che le Edizioni
Paoline avevano pubblicato nel 1979 il
primo testo della trilogia: L’antropologia
del gesto, nel 1980 La manducazione
della parola [in Francia tutti editi di Gallimard]? Il mio è un sospetto,
non ho lo straccio di una prova. Ma anche
Antonello Colimberti, che è il più qualificato studioso italiano di
Jousse, si fa sfiorare dal dubbio. Che c’entra il Vaticano? Un po’ c’entra, perché Marcel Jousse era un gesuita che
indagava il parlato del rabbi-contadino
galileo Yeshũa, l’insegnatore, cioè Gesù, e “la meccanica etnica palestinese” in cui era inserito. Era gesuita
anche l’amico Teilhard de Chardin, lo era Michel De Certeau e pure Walter J. Ong,
incantato anch’egli dalla parola. Come sappiamo, tutte queste gesuiterie
all’opera hanno lasciato il segno nel sapere contemporaneo.

Bisogna non farsi impressionare dal lessico un po’
delirante di Jousse, che aspira ad una iper precisione tecnica e, nello stesso
tempo, punta a rendere l’oralità che sta sotto ad ogni scrittura. Era proprio
ciò che interessava De Certeau: il gesto come fonte della verbalizzazione, il
linguaggio vincolato alle leggi del corpo. Scriveva Jousse: “L’uomo pensa con tutto il suo corpo”. E’ questa la ragione per cui è così
interessato all’infanzia, perché lì i processi sono in fase di costruzione. Una
delle leggi fondamentali dell’esistenza è, per Jousse, il ritmo-mimismo, cioè il ricevere nel corpo gesti e segnali dalla
realtà che si accumulano come “mimemi” e vengono poi “rigiocati” dall’essere
umano come pensiero e come azione.
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Maria Montessori |
Nelle lezioni contenute in La sapienza analfabeta del bambino
Jousse ha il dente avvelenato con la pedagogia del suo tempo, Montessori,
Decroly, Dalcroze [quello
dell’educazione al ritmo] che, a suo parere, non rispetterebbe la “spontaneità”
del bambino. Molta acqua è passata sotto i ponti e se allora la sua critica
alle montessoriane “maestre giardiniere” poteva avere qualche ragione oggi è
del tutto equivocabile e lascia il tempo che trova, mentre sarebbe da ripensare
l’asserzione per cui “il fanciullo muore
sotto l’algebrosi che gli viene
inflitta”. Messa così sa proprio di malattia grave, per di più trasmessa
per infezione dagli adulti: come il simbolo algebrico fa perdere di vista
l’oggetto al quale corrisponde, così la parola usurata nasconde l’oggetto e il
gesto che gli sta all’origine. La sua degradazione fonetica e semantica genera
il virus dell’algebrosi e le persone vengono algebrosate.
La terapia di contrasto sta nella ricerca del
“gesto delle cose” che ha generato la
parola e il bambino questo lo può ancora fare perché è un “metaforista” spontaneo
in quanto giocatore spontaneo. Tutti i gesti passati sono nascosti nella
memoria del suo corpo e da lì può tirarli fuori e farli emergere. Per l’adulto
è più difficile, il suo corpo algebrosato si scontra con il corpo sociale.
Si vede bene come Jousse abbia problemi con
la modernità, e non è il solo, come sappiamo bene. Qualche volta “bilateralizza”, come direbbe lui. Sembra
spesso in bilico, sul punto di precipitare dal fianco della Tradizione, con la
T maiuscola, con i suoi miti impagliati
e le sue Essenze fossilizzate. Te ne
accorgi quando parla di “popoli
spontanei” o quando evoca la sua
infanzia contadina come matrice cui tornare. Ma, nonostante le apparenze, sta
lavorando su un altro fianco, estraneo al mito delle origini. Infatti: “Essere contadino vuol dire essere in-formato dal proprio paese. Nella sua
accezione forte, il contadino-paesano è il paese rigiocato dall’essere
tutt’intero, mimante, interazionante, bilaterizzante”. Il suo regime di
senso è polifonico e multiverso. Sembra stare in un luogo del discorso, invece
ti aspetta da un’altra parte: ”Nella vita
il percorso più corto da un punto all’altro è la linea curva. L’uomo
intelligente è quello che sa deviare”.

Non era un’allucinazione la sua o, se lo era,
proiettava luce in avanti. Jousse parla un linguaggio visionario perché abita
il futuro: “senza Mimaggio niente
Anthropos”.
l'Association Marcel Jousse presenta molti materiali su di lui e alcuni dei suoi testi, in francese: http://www.marceljousse.com/index.php
Su Teilhard de Chardin "santo protettore" del web, vedi il mio post del 12 luglio 2010:
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