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MISSIONARI IN BIRMANIA


Nel centro di Yangon/Rangoon, ormai ex capitale della Birmania/Myanmar, tra la proliferazione odorosa di banchetti di cibo e di mercanzie, di palazzi ex coloniali verdi di umidità, del via vai di moltitudini dai volti mai uniformi quanto a carnagione e  fisionomie, c’è una stradina che ospita negozi di libri, in maggioranza magazzini piuttosto polverosi in cui scovare tesori. In uno di questi, alcuni anni fa, mi trovai  fra le mani un fascicolo di una importante rivista che si pubblicava a Rangoon, Journal of The Burma Research Society. “Burma”, come si sa, è il nome in inglese della Birmania, derivato dal nome storico con cui i birmani, non le altre popolazioni del paese,  chiamano se stessi, Bamar. Era il numero del dicembre 1971 che conteneva interessanti lavori sulla storia della poesia birmana e sulla civiltà di Pagan/Bagan, ancora oggi documentata da una vastissima serie di affascinanti pagode. A pagina 115  l’articolo dello storico birmano-francese [o franco-birmano?] Vivian Ba, dal titolo non proprio accattivante Il 110 anniversario del manoscritto di Gallo. Avrei sicuramente tirato dritto senza approfondire, ma l’incipit del testo mi incuriosì: In questo centenario del manoscritto di Gallo ho potuto visitare la piccola città dove si dice sia stato imprigionato il famoso personaggio definito “La maschera di ferro”. E’ qui che ho scoperto il manoscritto di Gallo: “Storia del cristianesimo nell’impero barmano.     

Un vero flash di globalizzazione mentale: ero a Yangon, in Birmania, e leggevo di un tale che era stato a Pinerolo a reperire un manoscritto riguardante la Birmania stessa. Sarei sobbalzato sulla sedia se fossi stato seduto. In fondo Pinerolo è la città in cui sono nato e cresciuto anche se è da alcuni decenni che non vi abito più. Ma perché stava a Pinerolo quel manoscritto e precisamente nella biblioteca dei padri Oblati di via Sommeiller?  Perché gli Oblati M.V. sono stati per un lungo periodo del secolo XIX missionari in Birmania, dopo l’ondata dei barnabiti nella seconda metà del 1700, quando la Birmania era in realtà costituita da diversi regni, città stato e comunità autonome. I principali erano al nord il regno di Ava, popolazione bamar,  e quello di Pegu, popolazione mon. Quest’ultimo forzatamente “unificato” al primo da un’operazione militare condotta dal re di Ava, Alaungpaya, che darà il via alla dinastia Konbaung, eliminata dagli inglesi nel 1885 quando, con la terza guerra birmana,  annetteranno  definitivamente il paese all’Unione Indiana. Glorie del colonialismo.
Il ruolo dei missionari Oblati in Birmania è stato oggetto in questi anni di diversi studi praticati soprattutto da membri dell’ordine stesso, tra cui emergono i lavori di padre Andrea Brustolon. Nell’ottica di questa storiografia cattolica, ineccepibile quanto a rilevazione dei fatti e a lavorazione dei documenti, i missionari sono sempre individuati come  soggetti autonomi, motivati dalla loro fede e del tutto indipendenti dai grandi processi dell’espansione coloniale europea.
Il ruolo politico dei missionari  è invece sempre stato in sincronia con il ruolo di evangelizzatori. C’era chi era filo birmano, diciamo così, e chi più propenso per gli inglesi. Comunque molto interni alle operazioni diplomatiche che si venivano costruendo attorno al paese. Il  sacerdote Giovanni Antonio Balma, di Pinerolo, fu nominato superiore provinciale degli oblati nel 1848 e contemporaneamente Vicario Apostolico di Ava e Pegu [parte della Birmania odierna]. Illuminante in una sua lettera lo squarcio che ci apre su certe figure di “propagatori della fede” come  il carignanese padre Griffa, che in seguito sarà espulso dall’ordine e andrà a fare il missionario negli Stati Uniti, dove morirà: “Don Griffa è a Rangoon, ma non so se starà molto tempo. Egli non può adattarsi a vivere da povero. Egli vuol fare il gentleman, e noi di missionari gentlemen non ne abbiamo bisogno.  
Padre Paolo Matteo Abbona
Molto più interessante il caso di padre Paolo Matteo Abbona [1806-1874] di Monchiero d’Alba, entrato nella congregazione a Pinerolo nel 1831 e arrivato in Birmania [Ave e Pegu] nel 1840.  Nel 1854 il Ministero degli Esteri del Regno di Sardegna gli chiede di prodigarsi con il sovrano birmano Mingon per la stipula di un trattato di amicizia. Nel 1856 Abbona riceve l’incarico ufficiale da Cavour che gli fa avere una lettera di Vittorio Emanuele II, bramoso di stringere con il re birmano “vincoli sinceri di costante amicizia e che auspica un Trattato di amicizia, di navigazione e di commercio su basi di perfetta reciprocità” soprattutto per poter accedere ai mercati della Cina occidentale.
Sai che reciprocità ci poteva essere allora tra uno Stato europeo e uno asiatico. Il trattato verrà poi firmato nel 1871 dal capitano di corvetta Carlo Alberto Racchia, futuro ministro della marina nel governo Giolitti del 1892/93, che nominerà console del regno d’Italia, nell’allora capitale Mandalay,  il cav. Giovanni Andreino (1837-1922) fratello del sacerdote oblato di M.V. Ferdinando Andreino già attivo in Birmania.
Comincerà così a costituirsi a Mandalay una piccola comunità di imprenditori italiani che “delocalizzeranno” in zona le loro attività, fino al completo dominio degli inglesi che li costringerà ad andarsene.

Regio decreto di nomina di F.Andreino,
firmato da Vittorio Emanuele II, 1871


Diplomazia e missione strettamente intrecciate.

Ma ancora più interessante è ciò che era successo a partire dal gennaio del 1857 quando nel confinante  Bengala [oggi diviso tra il Bangladesh e lo stato indiano del Bengala] si era avviata una rivolta che gli inglesi chiamarono e chiamano Indian Mutiny-Ammutinamento indiano e gli indiani definiscono come la Prima Guerra di Indipendenza. La rivolta era partita dai Sepoy, soldati indiani inquadrati dai britannici, e si sarebbe protratta fino al luglio del 1858 con la vittoria degli inglesi che si vendicarono legando molti dei rivoltosi ai cannoni e facendoli saltare in aria. La guerra segnò la fine del colonialismo gestito della Compagnia delle Indie per passare direttamente sotto il  controllo della Corona inglese.

A Torino, un anonimo avrebbe suggerito per i riottosi briganti meridionali "l'esempio offerto dallo sterminio delle truppe coloniali britanniche - i sepoys indigeni fucilati a migliaia- perpetrato dopo la grande insurrezione del 1857" [Anonimo, Sul brigantaggio: note di un ufficiale italiano, in "Rivista Contemporanea", 1862, XXIX, Torino]
 Per far fronte a questa insurrezione i britannici dovettero distaccare le truppe stanziate nel Pegu - già sottoposto al loro controllo diretto-  in Bengala lasciando così la regione sguarnita. Scrive Abbona: “Se i Birmani avessero voluto potevano trucidare tutti gli Inglesi nel Pegu e si preparavano a ciò fare. Colla confidenza che io ho coll’Imperatore [Mindon] ho potuto facilmente impedire tale massacro e mantenere la pace. Il Governo Inglese lo seppe e il vice-re delle Indie Lord Canning in nome della Regina [Vittoria] e del Parlamento me ne ringraziò con una bella e graziosa lettera.
Altrettanto significativa un’altra sua lettera che fa riferimento a vicende del 1863:
L’anno scorso [1863] venne a Mandalay il viceré [inglese] del Pegu come ambasciatore per concludere un trattato di amicizia e commercio e per riuscirvi più facilmente condusse seco Monsignor Bigandet [vescovo di Rangoon]. Ma non ne fecero nulla. Il trattato veniva proposto in termini tali che il governo birmano non volle accettarlo. L’ambasciatore inglese disse essere conditio sine qua non: non volendo accettare il trattato accettassero la guerra. L’imperatore accettò la guerra. Allora fui chiamato dall’ambasciatore inglese e mi pregò di intervenire per la pace. Lo feci. Io stesso scrissi alcuni articoli che furono accettati da ambe le parti. Ed ambe le parti si dimostrarono riconoscenti. L’imperatore birmano mi crebbe l’amore e la confidenza, e il governo inglese, cioè il viceré delle Indie Lord Elgin, mi scrisse una lettera di ringraziamento e mi fece regalare rupie 3250, e per mezzo dell’ambasciatore inglese a Torino mi fece di nuovo raccomandare al re d’Italia, ed in Italia non hanno denaro. Il re per compiacere gli inglesi mi decorò della Croce di
Uffiziale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro [il grassetto è mio].
Le missioni, in Birmania come altrove, sono state sia la longa manus degli Stati europei, la loro  faccia presentabile, ma asservita,  dell’imperialismo,  sia la faccia che si poneva a sostegno delle comunità autoctone e quando oggi a Mandalay partecipo nella cattedrale cattolica ad una funzione religiosa e sento cantare in latino la Missa de Angelis o inni di chiara derivazione devozionale piemontese, non posso non pensare alle due contrastanti anime del ruolo missionario cattolico [e non solo].

vedi: 
Andrea Brustolon, La congregazione degli Oblati di Maria Vergine (OMV). Tra Piemonte e Birmania nell'Ottocento, 2007, leggibile in  

Tin Sein, The Christian Missionaries in Myanma,  in Studies in Myanma History, Yangon. Innwa Publishing House, 1999

di carattere agiografico: Paolo Calliari, P.Paolo Abbona 1806-1874: oblato di Maria Vergine missionario apostolico in Birmania, ed. Santuario di Monchiero, 1987

E.de Leone, Gli italiani in Birmania nel XIX secolo, in L'Universo, 3, 1955






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