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Journal.Gyaw Ma Ma Lay




sulla Newsletter Myanmar n. 9/2009 ho riportato la recensione che ho scritto per Il Manifesto del 4 dicembre 2009


INTRECCI BIRMANI TRA SENTIMENTI E LOTTA ANTICOLONIALE

Anche solo nel pronunciarli i nomi di alcune tra le scrittrici birmane contemporanee ci impongono di emettere suoni e assumere intonazioni diverse dal nostro standard acustico: Ludu Daw Amar, Nu Nu Yi Inwa, Ma Thida, Khin Khin Htoo, San San Nweh, ecc. Un buon esercizio di articolazione che ci invita alla prudenza di fronte ad una letteratura che ci è del tutto sconosciuta nonostante la sua storia secolare.

L’occasione ci è fornita dalla prima traduzione italiana [dal francese] di uno dei testi più importanti della letteratura moderna birmana: Mone Ywa MahuE non per odio, reso con La sposa birmana [ ObarraO edizioni, Milano, 2009, pagg. 221, trad. Giusi Valent]. L’autrice, Journal-Gyaw Ma Ma Lay, nata nel 1917, è morta nel 1982, dopo una intensissima vita letteraria, giornalistica ed editoriale. Il Journal-Gyaw – Giornale Celebre che precede il suo nome ce lo ricorda: in Birmania i nomi delle persone sono creazioni ex novo e non riproduzione di linee parentali. Cominciata nel 1936 con un articolo dal titolo Diventare donne consapevoli la sua attività giornalistica non avrà sosta, nonostante le difficoltà e le vessazioni che subirà dal potere politico, sia nella versione democratica sia in quella dittatoriale, con l’accusa di essere comunista e amica di comunisti, come Thein Pe Mynt, leader politico e scrittore. Negli anni Sessanta dopo una malattia e approfonditi studi Ma Ma Lay aprirà una clinica di medicina tradizionale birmana.

La sposa birmana è stato scritto nei primi anni Cinquanta ed è ambientato tra il 1939 e il ’42: storia di un matrimonio di una ragazza con un uomo del tutto assimilato alla cultura coloniale inglese.
Una scrittura piana degli ambienti e dei caratteri ci rimanda all’allegoria nazionale: la ragazza, pur innamorata dell’uomo, viene costretta e ingabbiata dalle imposizioni “modernizzanti” del marito che vuole farla uscire dal mondo tradizionale e, per lui, arretrato in cui vive insieme al padre ammalato. Wai Wai-Mazzolino di fiori, la ragazza, andrebbe così interpretata come figura della Birmania che soggiace al dominio coloniale, ne subisce il fascino, ma non ne sopporta le imposizioni, U Saw Han, il marito, come il colonialismo ammaliato dai suoi soggetti che tuttavia controlla e inflessibilmente comanda. Posta così l’allegoria, il romanzo ci suona come già letto, già visto e rivisto mille volte, incardinato nel suo modulo post-coloniale senza vie d’uscita.


Ma diversi segnali ci suggeriscono come questa lettura sia insufficiente, troppo legata al nostro modo di rappresentarci le scritture che non aderiscono strettamente al canone occidentale. Il più inequivocabile degli indizi lo possiamo rintracciare in una figura di sfondo, la madre di Wai Wai, che, allevati i figli, abbandona, non senza contrasti, marito e famiglia per rispondere al suo impulso spirituale che la porta a diventare monaca in un monastero buddista. La sua dedizione al percorso di santificazione prevale sugli obblighi di moglie e madre e nel romanzo si impone, nonostante la lontananza, come fonte viva di consolazione e guida. Molto più del fratello di Wai Wai, che invece è in prima persona impegnato nella battaglia anticoloniale.

Per questo è forse prioritario invertire i piani: leggere l’analogia nazionale come rivestimento metaforico di un dramma individuale che vede in scena una donna e un uomo, il loro conflitto e le loro dinamiche libidinali, in cui U Saw Han, prima che icona coloniale, è in realtà un maschio che non sa riconoscere l’alterità costituita dalla giovane donna che ha sposato. La resistenza di Wai Wai è soprattutto resistenza contro la politica sessuale di dominazione tramite l’amore che il marito mette in atto. “Lui aveva in testa una cosa sola: vivere per quella donna che adorava, facendo sì che non le mancasse nulla. Sgravandola di incarichi troppo onerosi per la sua età l’aveva resa libera”. Da perfetto Padrone U Saw Han vaneggia di una libertà idealistica che solo lui ha in mente, incapace di vedere la materialistica costrizione cui sottopone la donna amata.

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