BIRMANIA, GIUNTA
AL DUNQUE
claudio canal, in 10 gennaio 2024
C’è
chi lo sussurra e chi lo grida ai quattro venti. La giunta militare golpista in
Birmania/Myanmar è sull’orlo del collasso. Non me l’ha detto mio cugino al
bancone del bar FaceB. Lo annuncia Zin Mar Aung in un’intervista
concessa al settimanale giapponese Nikkei
lo scorso 29 novembre. La voce cioè della ministra degli esteri del governo
ombra del NUG-National Unity Government che abita l’esilio ma che
opera sul terreno birmano con l’ala militare People’s
Defence Force-PDF. Sa quello che dice Zin Mar Aung o
esprime solo un desiderio? Ha trascorso undici anni in carcere, di cui nove in
isolamento. Una scuola montessoriana che tempra alla concretezza.
Sono
in agitazione le alte sfere del Tatmadaw, il funesto esercito birmano ? Alle
prese come al solito con cabale numeriche, rituali di divinazione e di
interrogazione dei nat per avvistare il futuro? Con la politica degli
Spiriti, come l’ha chiamata qualcuno? Grande risorsa birmana che scandaglia
negli antri oscuri della psiche singola e collettiva. Non dà certezze, eroga
rassicurazioni e inquietudini e illude di dominare il tempo. Non è una
società disincantata, quella birmana.
Prossimo febbraio sono tre anni
dal golpe, neanche tanti in un paese che si era sorbito una dittatura dal 1962
al 2011. Troppi, se si sommano l’accumulo di sofferenza, di disgregazione e di
morte che i Signori della Guerra hanno procurato, insediati nella nuova
capitale luccicante di messianismo urbanistico, Naypyidaw. E’
dall’indipendenza dal Regno Unito (1948) che Birmania/Myanmar pratica il suo
interminabile Nation Building, il suo Risorgimento senza fine,
impiegando il collaudato dispositivo della sovrapposizione a incastro di guerre
civili di ogni formato, dimensione e foggia. Da dove proviene la sicurezza di Zin
Mar Aung?
I geografi militari del colonialismo britannico
avevano disegnato una Birmania vera e propria [Burma proper] giù
da basso e tutt’intorno sulle alture più o meno alte le avevano incollato Stati
grandi e piccini, comunità indipendenti, regni transitori, micro federazioni,
principati, città-stato, poco o per niente buddhisti, non birmanofoni,
imparentati con l’oltre confine, miti di fondazione e sistemi
economico-produttivi molto differenti. Elegantemente definiti Zone di
Frontiera o Aree Escluse.
I geografi coloniali aspiravano non solo alla
gratitudine dei loro sovrintendenti politici, ma anche dei geografati,
convinti che lo Stato Nazione che stavano battezzando fosse un geniale e
meritorio stratagemma politico e amministrativo. Questa cartografia corazzata
ha imbalsamato genti e frontiere, riuscendo a rendere ontologica la diversità
tra il centro e la periferia molteplice, la pianura e le colline-montagne,
una lingua v/s lingue e via biforcando. Ogni Area Esclusa avendo
poi la sua interna Area Esclusa. Una architettura di gerarchie sociali e
politiche sostenute da eserciti, milizie, formazioni combattenti spesso in
contrasto tra di loro ma “unificate” idealmente dalla centralizzazione bellica
condotta dal Tatmadaw, l’esercito del centro che è pure
gigantesca impresa economica e comando politico.
Vaneggia dunque Zin Mar Aung? Non conosce la storia del proprio paese?
No, non straparla, esprime un pronostico non campato
per aria, che potrebbe anche essere suffragato dal cedimento strutturale
del regime in tempi imprevedibili. A sostegno del suo annuncio ha una serie di
eventi, così sintetizzabili:
- Lo scorso 27 ottobre
tre gruppi ribelli dislocati in regioni diverse hanno lanciato l’offensiva Operazione
1027. Si tratta di Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA),
Ta'ang National Liberation Army (TNLA) e Arakan Army (AA) con
aggregazione di altri gruppi più piccoli, alcuni nati dopo il colpo di Stato del
’21, altri con cinquant’anni di esperienza bellica. Per l’occasione hanno ripescato un marchio del
2016: The Three Brotherhood Alliance.
La Triplice Fratellanza, non il Comando Supremo Unificato.
E’ un buon segno, se le parole hanno un senso. Sta a dire: fiducia reciproca e
coordinamento. Mai visti prima. Convinzione o convenienza? Si vedrà. Al momento
il risultato militare è notevole: cattura di 300 basi militari, soprattutto di
frontiera con la Cina, ad alto transito commerciale, e di una ventina di città.
Il risultato strategico lo è ancora di più. Tatmadaw non è più
l’esercito invincibile per definizione, il morale delle sue truppe è a terra
(la morale è sempre stata sotto terra), aumentano le diserzioni anche di interi
reparti. Cominciano ad andarsene gruppetti di dipendenti pubblici del settore
militare. La giunta chiede alla Cina di fare da mediatrice per un cessate il
fuoco con la Fratellanza, forse si è resa conto che controlla
stabilmente solo
il 17% del territorio.
- Nella grande regione
centrale di Sagaing è attiva una resistenza in parte guidata dall’ala
militare del governo in esilio, il People’s Defence Force e da altre
formazioni autonome. Hanno a che fare con l’artiglieria pesante, i droni e i
bombardamenti aerei, che in questo momento sono l’ambient sonoro anche
da altre parti del pianeta. Hanno una caratteristica del tutto inedita nella
storia della guerra civile come forma birmana di vita: sono barmani,
cioè la popolazione prevalente, birmanofona, per lo più buddhista, che ha
sempre espresso la leadership di governo partecipando, volente o nolente, ai
piani di birmanizzazione/barmanizzazione
da questa intrapresi. Dopo il colpo di Stato molti sono insorti armi alla mano
contro sé stessi, si potrebbe dire. Contro il gruppo di appartenenza. Questo lo
shock simbolico. Il Tatmadaw non deve solo combattere contro le
disprezzate genti di frontiera, ma anche contro la propria ombra nel centro del
paese.
Il postcolonialismo non
è mai abbastanza post. Il colonialismo europeo (britannico) in India
prima, in Burma/Birmania dopo, articolava il suo sguardo e le sue
operazioni secondo un tracciato abbastanza netto: i colonizzati sono natura e
materia, il femminile, che si sottopone alla potenza di spirito e
ragione, il maschile colonizzatore, che ha il compito storico di
fecondare e ammaestrare ai livelli superiori di civiltà. Congegno ripreso tale
e quale dopo l’indipendenza: le popolazioni delle Aree Escluse sono
popolazioni naturali, tribali, materiali, femminili. Birmanizzandole
accedono ad una più elevata razionalità e spiritualità. Diventano in fine maschili.
Le diverse guerre civili sono il versante bellico di questa impiantistica completamente
neocoloniale anche se in epoca post coloniale. Ci vorrebbe, e forse c’è, uno
sguardo simultaneamente pre/post coloniale. Un angelo della storia strabico
capace nello stesso tempo di considerare antiche governance e teologie
politiche, come l’Artashastra e la teoria del Mandala, e approfittare
delle più evolute forme di democrazia, là dove sono ancora in piedi.
La implacabile
brutalizzazione della popolazione praticata dalla giunta al potere ha forse
esaurito la sua traiettoria e sta iniziando la fase calante. Se il resto del
mondo coglierà questa nuova direzione di vettore anche i militari dovranno
cambiare linguaggio. Distruggere, radere al suolo, ma anche proporre la fine
delle distruzioni e avviare tregue. Troppa è la sproporzione tra le forze
resistenti e la potenza di fuoco del regime per attendersi il famoso collasso.
Nessuna faustiana cavalcata della Valchirie spazzerà i generali. Si è però
aperta una nuova finestra di narrazione. Il david resta david con la sua fionda,
ma il golia non è più ciecamente convinto di essere golia, l’imbattibile
gigante. C’è da sperare.
questa è una notizia supplementare che arriva fresca fresca da Yangon e conferma il dispotismo onnicomprensivo della giunta militare:
Come Ora sono una tredicenne del 2014.
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