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foto Christian Petersen-Clausen |
Nora W. Tyson, ammiraglio alla guida della Terza Flotta degli Stati Uniti, si sta avviando sulla portaerei Carl Vinson verso i mari coreani. Non l’avrebbe immaginato da ragazza quando studiava alla scuola episcopale di Memphis, sulle rive del Mississippi. Ancora meno avrebbe previsto di servire da detonatore della terza guerra mondiale. Se non fosse che la Terza Guerra Mondiale è scoppiata da un po’ e noi fingiamo di non saperlo perché, a differenza del passato bellico, oggi i fronti sono volubili e intercambiabili e i combattenti si sono “democratizzati”. Posso salire su un Tir e diventare un decorato della Terza Guerra Mondiale, l’autobomba può essere piazzata nella trincea immaginifica del mercato sotto casa, e il bombardamento a tappeto profilarsi laggiù all’orizzonte. Campi di concentramento dovunque, evacuati, sfollati e profughi di mezzo mondo fuggono alla cieca, mille linee Maginot prendono forma di muri inespugnabili, si accaniscono senza tregua pulizie etniche e deportazioni di massa, mercenari, contractors, truppe speciali, foreign fighters trasudano testosterone e rappresaglia, kamikaze in febbrile fervore di morte, ipertecnologiche nuove armi all’opera accanto a coltellacci e mannaie, balletti diplomatici a gara nel farfugliare, vittime in sterminato esubero, gas tossici per grandi e piccini, anche i neonati conoscono la parola carneficina, reality show dell’orrore tutti i giorni sugli schermi, ordigni nucleari che si scaldano i muscoli.
La Seconda Guerra Mondiale invece l’ha vinta lui, Adolf Hitler, nonostante il suicidio nel bunker. E questo probabilmente Nora W. Tyson l’ha capito. Il nuovo che avanza è il nazismo, resettato e rimaneggiato, adattato ai tempi. Gode del successo planetario del razzismo xenofobico, dell’invocazione cosmica dell’uomo forte anzi fortissimo, un Führer al comando, del culto mistico del popolo e delle sue incarnazioni oligarchiche ai vertici, della sicurezza da imporre con brutale universalità, della immane potenza della propaganda che la dà a bere con le sue neolingue, della plebiscitaria liquidazione del nemico tramite soluzione finale, del diritto naturale all’aggressione e alla violenza di bande internazionali, Stati, Sovrastati, e corporations, dello spazio vitale da presidiare con le unghie e con i denti. Mondo, tutto questo sarà tuo fra non molto.
La flotta solca i mari. L’amnesia condivisa anche, perché una guerra di Corea c’è già stata. Due, tre milioni di morti? Il batticuore dell’umanità aumenta. Un piccolo sovrano di una moderna dinastia fondata sul neurocomunismo si agita perché teme di non poter più vivere da barone rosso. L’hard power della casa regnante ha forgiato una pedagogia strepitosa che ha marionetizzato la popolazione. Gli piace giocare a battaglia navale che piace anche ad un affarista miliardario gesticolante e truculento che pensa il mondo come proprio governatorato, da cui l’ammiraglio Nora W. Tyson dipende. Entrambi, Donald Trump e Kim Jong Un, sono seguaci di una fede necropolitica. Li vedrei volentieri relegati in una comunità agricola a coltivare fragole e peperoni. Per non farsi stordire dai due e dai loro fans conviene spostare la traiettoria dello sguardo.
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Kim In Sok 2016 |
Un importante libro, Visual Politics and North Korea. Seeing is believing, di David Shim, Routledge, N.Y. 2014, discute della politica visuale verso la Corea del Nord, che enfatizza le differenze, la distanza, il pericolo, l’isolamento invece delle affinità, di ciò che è familiare e comune a noi e al resto del mondo. Le immagini non sono mai neutrali e questo risalto visivo non giova a nessuno. Rimanda ad un buco nero, ad una terra incognita che fa paura. Curiosare non è conoscere. Non fa altro che avvolgerci ancora di più nella ferrea logica amico/nemico così ben teorizzata da un rinomato giurista e filosofo nazi e che sta infettando tutti gli esseri umani. I nordcoreani sono esposti giorno e notte alla contaminazione che su di noi ha un effetto da rilascio prolungato per cui la casella nemico si va velocemente riempiendo di ogni immaginabile altro. Sui fautori dell’apocalisse islamica l’intossicazione è esplosa sopprimendo tutti gli anticorpi. Si chiamava Dabiq la rivista patinata dell’ISIS. Adesso si chiama Rumiyah, cioè Roma: di qua noi, di là i crociati infedeli. Guerra santa.
E’ la Corea del Nord così paria, così intoccabile come si racconta? Isolata e sola come un’ostrica? Circondata e in stato d’assedio? In realtà mantiene contatti con molti Stati. Non si tratta solo del suo (ex?) sponsor, la confinante Cina, ma anche della Russia di Putin, confinante per soli 17 chilometri e cooperante per diversi rilevanti progetti infrastrutturali. Ufficiali e attive rappresentanze diplomatiche con Brasile, Germania, Gran Bretagna, India, Bulgaria, Cuba, Vietnam, Svezia, Romania, Indonesia, Egitto, Pakistan, Iran, Nigeria ecc. Relazioni commerciali, tecniche, culturali con Myanmar, con l’India, che addestra ufficiali e ricercatori nordcoreani, e, soprattutto, al pari della Cina, ma in formato bonsai, con molti Stati africani. Commerci, cooperazione tecnica, armi. L’inaspettato surrealismo del mercato ha qui la sua manifestazione più eloquente. La Corea del Nord esporta estetica. Riproducibilità politica ad altre latitudini. Una fabbrica d’arte nei pressi della capitale Pyongyang impiega 4000 tra artisti e artigiani su un’area di 120.000 metri quadrati ed è il lievito madre di questa impresa transnazionale: il Mansudae Art Studio, con un’importante rappresentanza a Pechino. Una ventina di Stati africani esibiscono sulle piazze commemorazioni dell’indipendenza, memoriali anticoloniali, monumenti al futuro radioso, statuaria di leader a cavallo o di popolo in lotta, interamente pensati e scolpiti al Mansudae. Ispirati al pop e all’imponente realismo socialista un po’ machista e un po’ Maciste. Spesso a costo zero. Anche la Germania se ne è servita. Della pittura e delle arti affini ha l’esclusiva per l’Occidente un leonardesco italiano, Pier Luigi Cecioni, fiorentino, studi negli USA, traduttore, informatico della prim’ora, editore di Tuttouncinetto e di altre riviste di settore, curatore di mostre d’arte contemporanea. Vindice, naturalmente, dell’eliminazione degli azzurri dai mondiali nel 1966 da parte della squadra nordcoreana.
Windhoek, Namibia
In un articolo un po’ visionario [Love’s Cruel Promises: Love, Unity and North Korea in International Feminist Journal of Politics, 1/ 2015] Shine Choe propone una lettura non imbalsamata dei romanzi dello scrittore sud coreano Hwang Sok-Yong [editi in Italia da Einaudi e Dalai] e discute della riunificazione della due Coree non attraverso una melodrammatica fusione “amorosa” che elimina l’altro, il Nord, ma attraverso il suo riconoscimento, che è anche un riconoscimento di sé. Il collasso della Corea del Nord, auspicato da molte cancellerie occidentali, può essere un cataclisma disastroso non solo per il Sud, come ha fantascientificamente immaginato Lee Eung-jun [in Vita privata di una nazione, Roma, Atmosphere Libri, 2016], ma per tutta l’area, per tutto un emisfero, come dimostra Tara O [in The Collapse of North Korea. Challenges, Planning and Geopolitics of Unification, London, PalgraveMcMillan, 2016].
In un articolo un po’ visionario [Love’s Cruel Promises: Love, Unity and North Korea in International Feminist Journal of Politics, 1/ 2015] Shine Choe propone una lettura non imbalsamata dei romanzi dello scrittore sud coreano Hwang Sok-Yong [editi in Italia da Einaudi e Dalai] e discute della riunificazione della due Coree non attraverso una melodrammatica fusione “amorosa” che elimina l’altro, il Nord, ma attraverso il suo riconoscimento, che è anche un riconoscimento di sé. Il collasso della Corea del Nord, auspicato da molte cancellerie occidentali, può essere un cataclisma disastroso non solo per il Sud, come ha fantascientificamente immaginato Lee Eung-jun [in Vita privata di una nazione, Roma, Atmosphere Libri, 2016], ma per tutta l’area, per tutto un emisfero, come dimostra Tara O [in The Collapse of North Korea. Challenges, Planning and Geopolitics of Unification, London, PalgraveMcMillan, 2016].
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foto Van Houtryve |
Un discusso analista, F. William Engdahl, ha sostenuto che la Corea del Nord è uno Stato vassallo degli USA [North Korea is an Pentagon Vassal State, nella pubblicazione russa New Eastern Outlook del 1 novembre 2016] perché con la sua politica clownistica consente agli Strati Uniti di coagulare gli sforzi bellici sui veri obiettivi a lungo termine, la Cina e la Russia. Kim Jong Un è stato educato per dieci anni in Svizzera e vuoi che la CIA non gli abbia offerto qualche caramella, sostiene Engdahl, arando un campo discorsivo già molto trafficato, quello del complotto globale. Motore immobile che guida la contemporaneità, secondo molti. Asse portante del nazipensiero, l’universale cospirazione giudeoplutocratica, trasportato di peso ai giorni nostri. Suo smagliante successo postumo. Macchinazione universale che preclude ogni iniziativa a noi piccoli terrestri.
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