PRAGA
raccolgo qui qualche scritto breve che ho dedicato a Praga
testi sparpagliati su pubblicazioni le più diverse
raccolgo qui qualche scritto breve che ho dedicato a Praga
testi sparpagliati su pubblicazioni le più diverse
alluvione 2002
[il Manifesto]
Il salice che sul lungofiume Smetana sporge sulla Moldava nei pressi del ponte Carlo
si batte nelle sue ultime ore di vita. Non
gli bastano le radici per salvarsi. Stanco di morire forse si lascia andare
alle onde strepitanti. Il dolore vegetale della sua scomparsa è all’ordine del
giorno a Praga, inondata dal suo fiume. Era una Praga tumefatta quella che
Oskar Kokoschka dipingeva seduto ai piedi di quel salice. La stessa città che
vediamo noi oggi. Starà impazzendo di dolore l’omino delle acque, il vodník, amabile e bonario gnomo che
svolazza nelle fiabe praghesi e rende le acque della Moldava amichevoli e
complici.
Una Praga del 1938
L’acqua ha invaso la Piccola Parte-Malá Strana , ventricolo storico della città,
l’altro essendo la Città Vecchia, anch’essa non risparmiata. Una processione di
palazzi barocchi dallo splendore un po’ arrogante che testimonia una continuità
di classe che neppure le molte guerre hanno eliminato. Luogo di straordinaria
effervescenza narrativa, per cui non sai
mai quando vi entri se incontrerai il cuore
tenero della signora Ruska, il dottor
Guastafeste, la pipa del signor Prokupek già conosciuti nelle pagine di Jan
Neruda. In realtà lo sai e il presente straripamento porterà adeguatamente a
termine il lavoro degli uomini economici nel far pulizia etnica degli abitanti
storici a favore dei nuovi venuti dal solido appoggio bancario. Il governo ha
spedito l’esercito a sradicare gli abitanti della Piccola Parte-Malá Strana già invasa dalle acque. Ma chi volete che
acconsenta ad andarsene anche se neo inquilino di quella piccola parte? In
altri tempi c’era chi vi si era murato pur di non acconsentire al regime dei
beccamorti. Il poeta Vladimir Holan oggi resisterebbe con l’acqua alla gola “L’intestino crasso della tempesta, farcito
di orzo perlato,/ lo avvolse (come uno/ che in viaggio verso il lago del giorno
fosse giunto/ al mare della notte)”. Resisterà il ponte di pietra che è lì
dal 1300? Può frantumarsi il canone su cui tutta la storia della città ha
cantato? Precipiteranno le statue? Alcune erano già affogate in altre
inondazioni e si sa che gli dei spesso sono insensibili ai lamenti che vengono
dal cuore delle città. Il ponte tiene insieme le due parti della città e ”conduce da ieri verso sempre”
[A.Breton], vuoi che non ce la faccia anche stavolta? La pazzia delle foglie
dell’isola di Kampa, lì sotto il ponte, è in simmetria con il mulino che i
vortici dell’acqua riducono in follìa, come i praghesi che si guardano muti.
Sanno che questa città, la parte della città inondata soprattutto, è un
archivio dei loro sogni e di quelli dei loro predecessori. Non marciscono solo
muri e suppellettili, marcisce un accumulo di storia senza eguali in Europa “e l’acqua è nera/ come nell’ora del giudizio
universale” [Jaroslav Seifert].
Una litania di palazzi, di sculture, di chiese, di
arte e di cultura viene sommersa. Un film srotolato davanti ai nostri occhi
quando transitavamo per quel ponte e
quelle strade. Noi che veniamo da fuori e loro che ci vivono. Mi chiedo da vero
irresponsabile: l’acqua è già arrivata alla birreria Alla tigre dorata, là dove sostava e beveva Bohumil Hrabal? Perché
se così fosse, cosa ci sta a fare il Bambino
di Praga, questo micro golem tanto amato nel mondo dei cattolici semplici?
E’ a pochi passi dal ponte Carlo e deve perciò avere bene in mente il quadro
della situazione. Ma forse è solo “una
vendicativa divinità della Controriforma” come l’apostrofava Bruce Chatwin.
Ma almeno il Golem, quello vero, quello di Rabbi Loew avrebbe la forza di
arginare le acque e se non lui la schiera di robot ribelli inventati e animati da Karel Čapek. O qualche altro
androide di cui questa città è piena. Metti assieme tutti i praghesi
dell’anima, le Cvetaeva, gli Apollinnaire, gli Arcimboldi, i Ripellino, e fagli
fare muro contro l’acqua. Dovrebbe bastare il loro intatto amore. Oppure prendi
la K 504 che, come sinfonia, si chiama appunto Praga e sbattila contro i flutti, Mozart ne sarebbe felicissimo
perché felicissimo fu in questa città che lo amò senza remore. E se non basta,
evoco seduta stante un poeta esperto di rivoluzioni e conflitti, Roque Dalton,
salvadoregno, che nella sempiterna birreria U
Fleku si poneva fondamentali preguntas
para vivir, domande per vivere e si arrovellava circa le contraddizioni in seno alla poesia. Un suo rosario di
acque liturgiche, flutti corporativi, straripamenti neotomisti, fiumane
trotzkiste potrebbe respingere la piena.
Praga infangata non se la può immaginare nessuno
neppure quella cornacchia-kavka che
la riconosceva come “matrigna”. Se la
guardiamo sul display ha ragione lui, Franz Kafka: il Castello resta lassù,
dominante e intangibile. E’ in basso, dalle parti della città alluvionata, che
avvengono le metamorfosi, si stabiliscono le condanne, si impaurisce la
cantante Josefine ovvero il popolo dei topi, si fanno i preparativi di nozze di
campagna, si scrivono le relazioni per un’Accademia, si svolgono i processi.
“Bisogna
vedere la forza di persuasione dell’aria dopo il temporale” scriveva,
attraversando il ponte Carlo e avviandosi verso l’abitazione nella Piccola Parte e guardando il fiume. “Alcuni anni fa andavo molto in sandolino
sulla Moldava, remavo risalendo il fiume e scendevo poi con la corrente, lungo
e disteso, sotto i ponti. Per la mia magrezza ciò può essere stato molto buffo
visto dal ponte. Quell’impiegato che appunto mi vide così una volta dal ponte,
dopo aver messo sufficientemente in rilievo il lato comico, riassunse la sua
impressione dicendo che pareva di essere poco prima del Giudizio Universale,
quando le bare saranno già scoperchiate, ma i morti giaceranno ancora
tranquilli”.
Come l’avrebbe raccontato, Hrabal, questo indegno
spargimento d’acqua contro la sua città? Forse avrebbe intrecciato la sua solitudine troppo rumorosa con la voce
estrema di Ah, perfido! che Ludwig
van Beethoven aveva composto proprio ai bordi dell’acqua, avrebbe fatto
scendere dal monumento della piazza della
Città Vecchia la statua di Jan Hus bruciato vivo a dovere, e li avrebbe
fatti imprecare come tanti Mosé di fronte al Mar Rosso. Un sublime pasticcio
che noi possiamo solo augurarci che accada, se non per mano di Hrabal, per mano
delle donne e degli uomini praghesi che sanno molto bene che questa città è “simbolo di resurrezioni e tesori di laghi
disseccati” [Vitĕzlav Nezval].
testo di Jaroslav Seifert
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