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PRAGA
raccolgo qui qualche scritto breve che ho dedicato a Praga

testi sparpagliati su pubblicazioni le più diverse
n. 2


alluvione 2002
[il Manifesto]
  Il salice che sul lungofiume Smetana sporge sulla Moldava nei pressi del ponte Carlo si batte nelle sue ultime ore di vita.  Non gli bastano le radici per salvarsi. Stanco di morire forse si lascia andare alle onde strepitanti. Il dolore vegetale della sua scomparsa è all’ordine del giorno a Praga, inondata dal suo fiume. Era una Praga tumefatta quella che Oskar Kokoschka dipingeva seduto ai piedi di quel salice. La stessa città che vediamo noi oggi. Starà impazzendo di dolore l’omino delle acque, il vodník, amabile e bonario gnomo che svolazza nelle fiabe praghesi e rende le acque della Moldava amichevoli e complici.
L’acqua ha invaso la Piccola Parte-Malá Strana , ventricolo storico della città, l’altro essendo la Città Vecchia,  anch’essa non risparmiata. Una processione di palazzi barocchi dallo splendore un po’ arrogante che testimonia una continuità di classe che neppure le molte guerre hanno eliminato. Luogo di straordinaria effervescenza  narrativa, per cui non sai mai quando vi entri se incontrerai il cuore tenero della signora Ruska, il dottor Guastafeste, la pipa del signor Prokupek già conosciuti nelle pagine di Jan Neruda. In realtà lo sai e il presente straripamento porterà adeguatamente a termine il lavoro degli uomini economici nel far pulizia etnica degli abitanti storici a favore dei nuovi venuti dal solido appoggio bancario. Il governo ha spedito l’esercito a sradicare gli abitanti della Piccola Parte-Malá Strana già invasa dalle acque. Ma chi volete che acconsenta ad andarsene anche se neo inquilino di quella piccola parte? In altri tempi c’era chi vi si era murato pur di non acconsentire al regime dei beccamorti. Il poeta Vladimir Holan oggi resisterebbe con l’acqua alla gola L’intestino crasso della tempesta, farcito di orzo perlato,/ lo avvolse (come uno/ che in viaggio verso il lago del giorno fosse giunto/ al mare della notte). Resisterà il ponte di pietra che è lì dal 1300? Può frantumarsi il canone su cui tutta la storia della città ha cantato? Precipiteranno le statue? Alcune erano già affogate in altre inondazioni e si sa che gli dei spesso sono insensibili ai lamenti che vengono dal cuore delle città. Il ponte tiene insieme le due parti della città e conduce da ieri verso sempre [A.Breton], vuoi che non ce la faccia anche stavolta? La pazzia delle foglie dell’isola di Kampa, lì sotto il ponte, è in simmetria con il mulino che i vortici dell’acqua riducono in follìa, come i praghesi che si guardano muti. Sanno che questa città, la parte della città inondata soprattutto, è un archivio dei loro sogni e di quelli dei loro predecessori. Non marciscono solo muri e suppellettili, marcisce un accumulo di storia senza eguali in Europa “e l’acqua è nera/ come nell’ora del giudizio universale [Jaroslav Seifert].


 
Una litania di palazzi, di sculture, di chiese, di arte e di cultura viene sommersa. Un film srotolato davanti ai nostri occhi quando  transitavamo per quel ponte e quelle strade. Noi che veniamo da fuori e loro che ci vivono. Mi chiedo da vero irresponsabile: l’acqua è già arrivata alla birreria Alla tigre dorata, là dove sostava e beveva Bohumil Hrabal? Perché se così fosse, cosa ci sta a fare il Bambino di Praga, questo micro golem tanto amato nel mondo dei cattolici semplici? E’ a pochi passi dal ponte Carlo e deve perciò avere bene in mente il quadro della situazione. Ma forse è solo “una vendicativa divinità della Controriforma come l’apostrofava Bruce Chatwin. Ma almeno il Golem, quello vero, quello di Rabbi Loew avrebbe la forza di arginare le acque e se non lui la schiera di robot ribelli inventati e animati da Karel Čapek. O qualche altro androide di cui questa città è piena. Metti assieme tutti i praghesi dell’anima, le Cvetaeva, gli Apollinnaire, gli Arcimboldi, i Ripellino, e fagli fare muro contro l’acqua. Dovrebbe bastare il loro intatto amore. Oppure prendi la K 504 che, come sinfonia, si chiama appunto Praga e sbattila contro i flutti, Mozart ne sarebbe felicissimo perché felicissimo fu in questa città che lo amò senza remore. E se non basta, evoco seduta stante un poeta esperto di rivoluzioni e conflitti, Roque Dalton, salvadoregno, che nella sempiterna birreria U Fleku si poneva fondamentali preguntas para vivir, domande per vivere e si arrovellava circa le contraddizioni in seno alla poesia. Un suo rosario di acque liturgiche, flutti corporativi, straripamenti neotomisti, fiumane trotzkiste potrebbe respingere la piena.
Praga infangata non se la può immaginare nessuno neppure quella cornacchia-kavka che la riconosceva come “matrigna”. Se la guardiamo sul display ha ragione lui, Franz Kafka: il Castello resta lassù, dominante e intangibile. E’ in basso, dalle parti della città alluvionata, che avvengono le metamorfosi, si stabiliscono le condanne, si impaurisce la cantante Josefine ovvero il popolo dei topi, si fanno i preparativi di nozze di campagna, si scrivono le relazioni per un’Accademia, si svolgono i processi.
Bisogna vedere la forza di persuasione dell’aria dopo il temporale scriveva, attraversando il ponte Carlo e avviandosi verso l’abitazione nella Piccola Parte e guardando il fiume. “Alcuni anni fa andavo molto in sandolino sulla Moldava, remavo risalendo il fiume e scendevo poi con la corrente, lungo e disteso, sotto i ponti. Per la mia magrezza ciò può essere stato molto buffo visto dal ponte. Quell’impiegato che appunto mi vide così una volta dal ponte, dopo aver messo sufficientemente in rilievo il lato comico, riassunse la sua impressione dicendo che pareva di essere poco prima del Giudizio Universale, quando le bare saranno già scoperchiate, ma i morti giaceranno ancora tranquilli.
Come l’avrebbe raccontato, Hrabal, questo indegno spargimento d’acqua contro la sua città? Forse avrebbe intrecciato la sua solitudine troppo rumorosa con la voce estrema di Ah, perfido! che Ludwig van Beethoven aveva composto proprio ai bordi dell’acqua, avrebbe fatto scendere dal monumento della piazza della Città Vecchia la statua di Jan Hus bruciato vivo a dovere, e li avrebbe fatti imprecare come tanti Mosé di fronte al Mar Rosso. Un sublime pasticcio che noi possiamo solo augurarci che accada, se non per mano di Hrabal, per mano delle donne e degli uomini praghesi che sanno molto bene che questa città è “simbolo di resurrezioni e tesori di laghi disseccati[Vitĕzlav Nezval].
 
Una Praga del 1938
testo di Jaroslav Seifert
 

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