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DONNE DEL RINASCIMENTO
la poesia di
Veronica Gambara
Vittoria Colonna
Gaspara Stampa
Isabella Morra
Veronica Franco
 
un progetto della lub Libera Università Bardella 


PASSEGGIATA in POESIA e in MUSICA
dalla frazione Bardella alla chiesa di San Michele e alla cappella romanica di santa Maria in Cornaredo
Castelnuovo d. bosco - Asti

 
c'è stato un Rinascimento delle donne?" si chiedeva anni fa Margaret King.
No, come sappiamo. Nonostante l'irrompere sulla scena letteraria di un gruppo consistente di poete e letterate. Di cui, tuttavia, è importante assumere il punto di vista se del "Rinascimento" si vuole avere una comprensione non settoriale.
In una passeggiata tra il rinascimento dei vigneti, sul sagrato di due chiesette collinari, con la musica della viola da gamba di Carlo Tagliacozzo in duo col violino di Maria Teresa Lietti, si può far risuonare la voce antica ma presente di donne rinascimentali alle prese con la scrittura poetica e con se stesse.  

 
 

 qualche micro assaggio, cominciando da una invettiva di:

LAURA BACIO TERRACINA, (Napoli 1519) fu membro dell’Accademia degli Incogniti, autrice molto stimata dai contemporanei e i suoi libri di Rime ebbero numerose riedizioni come anche il suo Discorso sopra i primi canti dell’Orlando Furioso. Incerta la data della morte, attorno al 1577.
Luigi Montella, Una poetessa del Rinascimento: Laura Terracina, Salerno, Edisud, 2001
   Veggio il mondo fallir, veggiolo stolto,
e veggio la virtute in abandono,
e che le Muse a vil tenute sono,
tal che l’ingegno mio quasi è sepolto.
   Veggio in odio ed invidia tutto involto
il pensier degli amici, e in falso tuono;
veggio tradito il malvagio dal buono,
e tutto a’ nostri danni il ciel rivolto.
    Nessuno al ben comun tien fermo il segno,
anzi al suo proprio ognun discorre seco,
mentre ha di vari affetti il petto pregno.
    Io veggio e nel veder tengo odio meco,
tal che vorrei vedermi per disdegno
o me senz’occhi o tutto ‘l mondo cieco.
 
VERONICA GAMBARA [1485 Pratalboino, Brescia-  1550 Correggio]: riceve un’educazione di alto livello in una famiglia nobiliare. Nel 1509 sposò Giberto, signore del piccolo Stato emiliano di Correggio, di cui divenne governatrice alla morte del marito nel 1518. Fu particolarmente abile in politica,  tanto che Carlo V  le fece due volte visita.  Apprezzata dai letterati contemporanei, come il  Bembo  e l’Ariosto. Molti dei suoi sonetti sono dedicati agli occhi del marito, in vita e in morte.  Le più pregevoli sono le 27 stanze dedicate al  duca di Firenze Cosimo de’ Medici.
Daniela Pizzagalli: La signora della poesia: vita e passioni di Veronica Gambara, artista del Rinascimento, Milano, Rizzoli, 2004
Il testo delle rime scaricabile da:  http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_4/t89.pdf 
Correggio: ritratto di Veronica Gambara
Straziami a possa tua crudel fortuna
E di me gioco fa quanto a te piace,
Godi del strazio mio crudo e fallace,
E giorno e notte in me martiri aduna,

Fa pur ch'io stenti, e che mai tregua alcuna
Non trovi al mio dolor troppo tenace,
Dammi pur sempre guerra e non mai pace,
Et quanti mali hai teco in me raduna;

Che forza non arai, mentre ch'io vivo,
Muovere il fermo cor da quel pensiero
Che mille volte il dì l'uccide, e avviva,

Né temo il colpo tuo spietato e fiero
Che la cagione, onde il mio mal deriva
Tal è ch'ogni gran duol tengo leggiero
.

 
VITTORIA COLONNA [Marino, Colli Albani, 1490- Roma, 1547]:  della famiglia romana dei Colonna e dei Montefeltro di Urbino. Promessa sposa da bambina a Ferrante d’Avalos, marchese di Ferrara.  A Ischia, dove avvenne il matrimonio nel 1509,  avrebbe costituito uno sceltissimo cenacolo letterario.  In giro per l’Italia entrò poi in relazione con il Bembo, il Castiglione, l’Ariosto, il Sannazzaro. A Napoli conobbe il riformatore spagnolo Juan de Valdés e a Roma  Michelangelo con cui strinse una duratura amicizia e su cui ebbe un’influenza anche religiosa. Fu amica del riformatore Bernardino Ochino, di Giulia Gonzaga  e di  Pietro Carnesecchi, poi decapitato e bruciato dall’Inquisizione. Le sue poesie sono una specie di “petrarchismo sacro” , non solo nelle rime religiose, ma anche in quelle in morte del marito. Morì a Roma nel convento di  sant’Anna.
Carlo De Frede, Vittoria Colonna e il suo processo inquisitoriale postumo, Napoli, Giannini, 1989;  Emidio Campi, Michelangelo e Vittoria Colonna. Un dialogo artistico-teologico ispirato da Bernardino Ochino, Torino, Claudiana, 1994;  Maria Forcellino, Michelangelo, Vittoria Colonna e gli spirituali : religiosità e vita artistica aRoma negli anni Quaranta, Roma. Viella, 2009;
Nell’edizione; 1760, dell’accademico “eccitato” Giambattista Rota, sono leggibili e scaricabili in http://it.wikisource.org/wiki/Rime_(Vittoria_Colonna)
Michelangelo, ritratto di V. Colonna
Padre eterno del Ciel, se, tua mercede,
vivo ramo son  io nell’ ampia e vera
Vite, ch’ abbraccia il mondo  e Seco intera
vuol la nostra virtù solo per fede,
l’ occhio divino Tuo languir mi vede
per l’ ombra intorno alle mie frondi nera,
s’ a la soave eterna Primavera
Il quasi secco umor verde non riede:
Purgami sì  che rimanendo  Teco
mi cibi ognor della rugiada santa,
e rinfreschi col pianto la radice.
Verità sei, dicesti d’ esser meco;
vien dunque omai, si ch’ io frutto felice
faccia in Te degno di sì cara Pianta.


Vite: v. Giovanni 15, 1-5
GASPARA STAMPA [Padova 1523 – Venezia 1554], di modesta famiglia di commercianti, fece buoni studi letterari e musicali e divenne, per le sue doti di poeta e di cantante, una delle personalità più in vista della società veneziana.”Donna sola, esterna ai ruoli codificati dalla Repubblica per le donne (donne “oneste” o meretrici) è fatta oggetto di attacchi satirici e osceni”[Marina Zancan] Le Rime, pubblicate postume, furono ispirate da una passione d’amore pienamente vissuta: un amore che rispondeva, prima che ad un uomo, a una “chiamata interiore” e che fece nascere la donna e la poeta alla sua vera esistenza. Marina Zancan, Il doppio itinerario della scrittura. La donna nella tradizione letteraria italiana. Einaudi, 1998
Le sue Rime leggibili e scaricabili qui:  http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_4/t103.pdf
   Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale       
l’altro di lei non men strano animale,
che vive e spira nel medesimo loco.                                
   Le mie delizie son tutte e il mio gioco
vivere ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.
   A pena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, più vivo e maggiore.
   Ed io d’arder amando non mi pento,
purché chi m’ha di nuovo tolto il core
resti de l’arder mio pago e contento.

ISABELLA DI MORRA [Favale – odierna Valsinni in prov. di Matera – 1520 / Favale 1546]: figlia del barone Giovan Michele che nel ’28 dovette rifugiarsi in Francia con l’accusa di aver  appoggiato Francesco I  in lotta con Carlo V.  Di ottima educazione letteraria nutrì ambizioni di realizzazione personale e di gloria poetica. Nella desolazione della sua terra stabilì una relazione epistolare con il nobile e letterato spagnolo Diego Sandoval de Castro che abitava in un castello non distante insieme alla moglie. I fratelli di Isabella non sopportando questa sua autonomia e prima uccidono il suo maestro, quindi lei e nell’autunno del ’46 lo stesso Sandoval.
Ci ha lasciato tredici componimenti.  
 Rime/ Diego Sandoval di Castro e Isabella Morra; a cura di Tobia R. Toscano, Roma : Salerno, 2007; Benedetto Croce, Isabella di Morra e Diego Sandoval de Castro, Sellerio, Palermo, 1983;
Ecco ch’un’altra volta, o valle inferna,
o fiume alpestre, o ruinati sassi,
o ignudi spirti di virtude e cassi,
udrete il pianto e la mia doglia eterna.

   Ogni monte udirammi, ogni caverna,
ovunque io arresti, ovunque io mova i passi;
ché Fortuna, che mai salda non stassi,
cresce ognor il mio mal, ognor l’eterna.
   Deh, mentre ch’io mi lagno e giorno e notte,
o fere, o sassi, o orride ruine,
o selve incolte, o solitarie grotte,
   ulule e voi, del mal nostro indovine,
piangete meco a voci alte interrotte
il mio più d’altro miserando fine.
cassi: privi; ulule e voi: e pure voi, o gufi
VERONICA FRANCO [Venezia, 1546-Venezia, 1591]: avviata alla professione di cortigiana, oggi si direbbe escort, dalla madre, frequentò il prestigioso circolo intellettuale di Ca’ Venier. La sua celebrità giunse al culmine  nel luglio 1574, quando re Enrico III di Francia, in visita solenne a Venezia, volle trascorrere una notte d’amore con lei. La Serenissima lo accolse con 11 giorni di festeggiamenti, organizzati da artisti come Andrea Palladio, Andrea Gabrieli, Paolo Veronese e il Tintoretto.  Veronica Franco curò l’edizione di raccolte di poesie non solo sue e delle sue lettere, queste ultime dedicate a  Luigi d’Este, cardinale di Ferrara.  Accusata  nel 1580 davanti all’Inquisizione di pratiche sacrileghe si difese da sola e fu assolta. 
Veronica Franco, ritratto del Tinroretto
Margaret F. Rosenthal, The Honest Courtesan: Veronica Franco, Citizen and Writer in Sixteenth-Century Venice, University of Chicago Press, 1993; Alvise Zorzi, Cortigiana Veneziana, Veronica Franco e i suoi poeti, 1546-1591, Bur, 1993; Dacia Maraini, Veronica, meretrice e scrittora, Milano, Bompiani, 1992
La sue Rime  sono leggibili e scaricabili qui: http://www.cristinacampo.it/public/veronica%20franco,%20rime.pdf
Frammenti di rime in risposta al sonetto caudato di insulti e oscenità a lei rivolte da Mafio Vernier:
...
    Quando armate ed esperte ancor siam noi,
render buon conto a ciascun uom potemo,
ché mani e piedi e core avem qual voi;
    e se ben molli e delicate semo,
ancor tal uom, ch'è delicato, è forte;
e tal, ruvido ed aspro, è d'ardir scemo.
   Di ciò non se ne son le donne accorte;
che se si risolvessero di farlo,
con voi pugnar porían fino a la morte.
   E per farvi veder che 'l vero parlo,
tra tante donne incominciar voglio io,
porgendo essempio a lor di seguitarlo.
    A voi, che contra tutte sète rio,
con qual'armi volete in man mi volgo,
con speme d'atterrarvi e con desio;
   e le donne a difender tutte tolgo
contra di voi, che di lor sète schivo,
sí ch'a ragion io sola non mi dolgo.
  Certo d'un gran piacer voi sète privo,
a non gustar di noi la gran dolcezza;
ed al mal uso in ciò la colpa ascrivo.
   Data è dal ciel la feminil bellezza,
perch'ella sia felicitate in terra
di qualunque uom conosce gentilezza   

   Torno al mio intento, ond'era uscita fuore,
e vi disfido a singolar battaglia.
Cingetevi pur d'armi e di valore:
   vi mostrerò quanto al vostro prevaglia
il sesso feminil; pigliate quali
volete armi, e di voi stesso vi caglia 


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