SGUARDI OLANDESI
“Nelle Fiandre si dipinge con lo scopo di ottenere
l’esattezza esteriore o si dipingono cose che possono allietare e di cui non si
può parlar male, come ad esempio santi e profeti. Si dipingono oggetti e case,
l’erba verde dei campi, le ombre degli alberi, e fiumi e ponti, che chiamano
paesaggi “scriveva Michelangelo con
una buona dose di sufficienza.
“In termini di analisi della luce potremmo
dire che l’artista meridionale (italiano) si occupa della lux (la luce emessa
dagli occhi per esplorare il mondo), mentre l’artista nordico si occupa del
lumen (la luce emessa dagli oggetti)” scrive la grande studiosa della pittura
olandese Svetlana Alpers.
Si
può vedere l’Olanda con occhi olandesi? È un apprendistato lungo per
l’italiano che ordina il mondo con la lux. Ma è possibile se si
segue docilmente la maestrìa dei pittori olandesi del secolo d’oro. Sono in
questo modo pensabili mille itinerari che nessun tour operator ha ancora
escogitato. Mettere in comunicazione le figure delle tele olandesi con il
paesaggio olandese. Andare in via vai dall’una all’altro fin tanto che lux e lumen siano
una cosa sola.
Si può partire dai giacimenti di pittura, come il Maurithuis dell’Aja, il Museo Frans Hals di Haarlem, il Boymans Van-Beuningen, di Rotterdam, il labirintico Rijksmuseum di Amsterdam o, più modestamente, da una buona collezione a stampa di pittura olandese. Gli intrecci sono tantissimi. Qui se ne suggeriscono alcuni. Pieter Saenredam rappresenta gli interni di molte chiese olandesi. Prevalgono le superfici e la veduta è combinata con diversi punti di osservazione. Alcuni sono interni al quadro stesso, dove un osservatore dirige lo sguardo su un
Pieter Saenredam, Laurenskerk, Alkmaar
particolare e costringe noi, esterni, ad entrare nella sua visione. Il richiamo che viene subito è alle geometrie di un contemporaneo, Mondrian. L’interno della Chiesa di San Lorenzo ad Alkmaar è ancora lì come l’ha pensata Saenredam e l’organo monumentale ospita concerti quasi ogni giorno.
Nella città il
venerdì mattina si svolge il famoso mercato del formaggio che, come si sa, è un
vanto tutto olandese. Ma non può ingannare il palato italiano che, con sano
nazionalismo, ha impressa la straordinaria varietà dei gusti caseari delle
regioni mediterranee. L’annuncio del mercato viene dato da un concerto di
campane che in Olanda non sono un retaggio del passato, ma un vero e proprio
genere musicale. Carillon le chiamano e in ogni città, Amsterdam come Utrecht,
musicisti specializzati si esibiscono in concerti d’aria che attraversano vie e
piazze. Suonando musiche settecentesche o contemporanee, composte ad hoc.
Come in Gabriel Metsu, Donna al
virginale, al Boymans di
Rotterdam, la musica filtra anche dalle case nelle città olandesi dove
all’apparenza chiunque sa mettere mano ad uno strumento. O sia almeno bravo ad
esporlo allo sguardo dei passanti.
Jan Steen solitamente raffigura interni di osteria o di famiglie in baldoria, che ancora adesso si chiamano “famiglie alla Jan Steen”. Cosa fa il pittore? Racconta di un degrado pieno di fascino, in cui lo sporco, la bisboccia, lo stravizio sono visti con l’occhio di chi ne sa qualcosa. Forse perché era cattolico o forse perché la società olandese è sempre stata campione nel coniugare rigore e piacere. I suoi interni di osteria hanno la stessa tonalità del bruin kroeg, di quella che noi traduciamo impropriamente “osteria scura”, cioè di una istituzione olandese. E’ scuro perché la nicotina e il fumo hanno decorato pareti, arredo e, forse, gli avventori. Luogo di chiacchiera sciolta, dove, in opposizione allo scambio per guadagno di una società mercantile, si attua lo scambio improduttivo, ma fertile, di parole. Centinaia ad Amsterdam, ciascuno con individualità propria e clientela fedele.
Ma lo stesso panorama di interni lo ritrovi al nord, a Groninga, sorella d’acqua di Amsterdam, o al sud, a ‘s-Hertogensbosch, dove nel 1450 nacquero Jeronimus Bosch e le sue alchemiche allucinazioni. [Per restare in famiglia, Saenredam ne ha dipinto la cattedrale di San Giovanni ] Purtroppo la città non conserva suoi dipinti, nonostante gli apocrifi del Museo. Bisogna andare al Prado a Madrid, a Palazzo Ducale a Venezia, al Louvre o al Boymans di Rotterdam.
Jan Vermeer, di lui racconta Paul Claudel “Ciò che mi affascina è quello sguardo puro, spoglio, sterilizzato, ripulito di ogni traccia materiale, d’un candore quasi matematico o angelico, o diciamo semplicemente fotografico. Ma che fotografia! In esso il pittore, isolato entro la sua lente, capta il mondo esterno”.
Jan Vermeer, Veduta di Delft
Occhio come camera oscura, sintesi di scoperta e produzione, di natura e di arte. Quasi il mondo esterno che si raffigura da sé nell’occhio in cui tuttavia è presente lo sguardo. La Veduta di Delft, al Mauritshuis dell’Aja, mette a prova la olandesità del nostro occhio. Così le altre sue raffigurazioni, particolari di casa o interni. Girando per Delf, come per La stradetta, al Rijksmuseum, si fa evidente la formazione coloniale della città, con le ceramiche originariamente cinesi e le tombe dei grandi ammiragli e, nello stesso tempo, si ha conferma della continuità tutta olandese tra interno ed esterno. La finestra come tramite di rivelazione. Non nasconde, espone. Rende visibile e accogliente l’intimità della casa borghese. Come in un quadro di Vermeer, appunto. Dosando la luce e gli sguardi. Ma la finestra è anche vetrina. Mostra delle pieghe dell’anima degli inquilini: oggetti di nostalgia, fiori, bamboli e bambole, giocattoli. Come in mille tele olandesi ossessionate dalla presenza degli oggetti e dalla disposizione nello spazio.
Sempre
l’occhio e lo sguardo al centro. Spinoza, d’altra parte,
fabbricava lenti.
E il paesaggio non sfugge alla costruzione pittorica. Una campagna, una veduta di città sono ancora oggi l’emozione di viaggio più sincera. Veduta di Dordrecht di Jan van Goyen , è un po’ un prototipo. Un corso d’acqua, un orizzonte lontano, nubi in movimento. Una configurazione che mette a dura prova il viaggiatore italiano, abituato alla ondularità dei panorami e alla loro mobilità. Niente spigoli a caratterizzare. Una campagna uguale dappertutto. Una teoria un po’ materialistica fonda su questo paesaggio la tolleranza olandese e la civiltà dell’accoglienza. Se non fosse che il mare, l’altro orizzonte invisibile olandese, non si lascia addomesticare. Willem van de Velde il Giovane, il più grande tra i pittori di marine, lo sa bene e le sue onde sono sempre inquietanti. Come sa chi abbia fatto anche solo un’escursione all’isola di Terschelling e alle altre che stanno nel Mare del Nord. E di qui abbia guardato alla costa. Due mondi e forse due filosofie che non si elidono. Il mare come ostacolo alla terra da conquistare e come via da percorrere. La Compagnia delle Indie e i polders. Acqua e terra.
Non c’è Rembrandt in un viaggio olandese in Olanda. Lui era in polemica con l’arte del descrivere dei suoi conterranei. Un’altra Olanda sta nelle sue tele. Sta dentro il paesaggio interiore degli esseri umani. Olandesi e non.
Quello che precede è un estratto di un lavoro più ampio pubblicato anonimo - per dissidi editoriali - alcuni anni fa. Rappresenta anche uno dei temi della guida di Amsterdam, pubblicata in tre diverse edizioni, una traduzione cinese e ormai reperto bibliografico
I miei testi di riferimento:
Svetlana Alpers, Arte del descrivere. Scienza e pittura nel Seicento olandese, Torino, 1984,
Rob Ruurs, Saenredam - The Art of Perspective, Amsterdam 1987
Stephen Keyle, Pieter Saenredam and the Organ: A Study of three Images, in Imago Musicae, III, 1986, appassionante;
Baruch D. Kirschenbaum, The Religious and Historical Paintings of Jan Steen, New York, 1977,
D.Fink, Vermeer's Use
of the Camera Obscura: a Comparative Study,
in The Art Bulletin, vol.
153, 1971
Hoogstraten, Samuel van; Jackson, Beverley; Hoogstraten, Samuel van; Richards, Lynne; Weststeijn, Thijs: The visible world : Samuel van Hoogstraten's art theory and the legitimation of painting in the Dutch golden age, Amsterdam University Press, 2008.
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