Riproduco la recensione che ho pubblicato su Il Manifesto del 18 novembre, nella versione originaria, non "riveduta e corretta" dalla redazione.
La prima volta che entrai in quell’edificio scolastico senza fronzoli era più di vent’anni fa. Stanza dopo stanza era come percorrere i cunicoli bui del Novecento. Ero il solo ad aggirarmi per quelle stanze malandate e non ancora esibite turisticamente al mondo. Ti seguivano implacabili gli sguardi delle centinaia di foto tessera appese al muro. Il sole sfolgorante di fuori era quasi notturno. Non saprei esprimere diversamente l’attrito tra quello che vedevo, la mia vita e tutto il resto. L’ex liceo era stata la sede dell’Ufficio di Sicurezza 21 [S-21] Tuol Sleng, dove morirono tra maltrattamenti e torture più di 10.000 persone tra il 1975 e il ’79, durante il regime dei khmer rossi. Phnom Penh, Cambogia.


Fröberg Idling, che aveva partecipato alle manifestazioni contro la guerra in Vietnam accovacciato nel passeggino della madre, decide di capire e si catapulta in una avventura umana e letteraria che lo risucchia dentro molteplici vite. Ha vissuto in Cambogia e ne ha imparato la lingua, lo khmer. Va a cercare quelli che hanno accompagnato il gruppetto di svedesi, poi gli svedesi medesimi che un po’ si sottraggono e un po’ vorrebbero capire anche loro perché allora non capirono. Va a rovistare negli archivi svedesi per ricostruire testi, immagini, documenti di quel viaggio. Per ricostruire una mentalità del tempo. La domande sono sempre le stesse: il “viaggio di conoscenza” fu una grandiosa messinscena polpottiana o gli svedesi non erano in grado di andare contro i loro pregiudizi di sinistra, bendisposti verso qualsiasi rivoluzione terzomondiale? Erano ciechi o sono stati accecati? Fröberg Idling si chiede anche, con onestà: al loro posto io invece avrei visto? Così me lo chiedo anch’io. Infatti sono andato a ripescare negli scaffali alti il libro di padre François Ponchaud, Cambogia anno zero [Sonzogno, 1977], il primo resoconto di che cosa stava avvenendo nella Cambogia dei khmer rossi. E ho riprovato lo stesso panico di allora. La degenerazione sanguinaria di un ideale di liberazione non è facile da sistemare e digerire, al tempo come oggi. Per questo Il sorriso di Pol Pot è un libro che fa bene a tutti, contemporanei di Pol Pot e nuove generazioni che lo scambieranno magari, a prima vista, con un rapper nippo-americano o una bevanda energetica. Perché l’agitazione che anima l’autore è un’agitazione di sostanza che abita nel presente: se non siamo riusciti a vedere in tempo cosa succedeva in Cambogia, cos’è che non vediamo oggi? E Fröberg Idling ha le carte in regola per sottintenderla ad ogni pagina questa domanda. Anzi, non la sottintende proprio e in questo libro costruito su 262 paragrafi, al 246 se la pone con la crudezza necessaria. Non si nasconde niente, sa che i khmer rossi non sarebbero esistiti come potenza statale se non ci fosse stata la guerra in Viet Nam e il bombardamento della Cambogia da parte dei B 52 americani – più bombe che tutta la seconda Guerra Mondiale, Hiroshima e Nagasaki comprese; sa che se anche ti chiami Noam Chomsky non sei garantito dalla miopia e dalla stravolgimento dei fatti; sa che, echeggiando Hanna Arendt, “nella Kampuchea Democratica, e in una serie di altre dittature comuniste, chiunque poteva essere un nemico. Il crimine non risiedeva nel sangue o nei geni, ma nel pensiero, e dunque tutti erano potenziali controrivoluzionari. Di conseguenza a nessuno era concesso di sentirsi al sicuro” , sa che il conferimento del Nobel per la pace ad Henry Kissinger nel 1973 depone a favore dell’eliminazione del premio stesso.
Ieng Thirith parla all'ONU, settembre 1979
come rappresentante della Cambogia.
E' moglie del ministro degli esteri Ieng Sary,
cognata di Pol Pot, ministro degli Affari Sociali.
E' stata arrestata nel novembre 2007, insieme almarito,
e accusata di "crimini contro l'umanità"
Mi piacerebbe chiedere all’autore di aggiungere un breve paragrafo alla sua cantata per soli e coro misto: 1979, l’Angkar crolla e sgombera il campo in seguito all’occupazione della Cambogia da parte dell’esercito vietnamita, altra figura del socialismo asiatico. E’ l’avvio di una guerra civile decennale in cui i khmer rossi combattono a partire dal loro ambiente originale, la foresta. Le Nazioni Unite, gli Stati Uniti, l’Italia e altri Stati del mondo “libero”, dichiareranno e sosterranno la guerriglia khmer rossa riconoscendo i delegati di Pol Pot come autentici ed unici rappresentanti della Cambogia [Risoluzione 34/2A del 31 settembre 1979; Risoluzione 34/22 del 14 novembre 1979; in Italia governo Moro, ministro degli Esteri M. Rumor, poi governo Andreotti, ministro Esteri A. Forlani] e mantenendo il loro seggio all’ONU fino al 1991. Una promozione e una legittimazione che regala dodici anni ad un regime durato tre anni, otto mesi e venti giorni.
Il giorno dopo la pubblicazione ho ricevuto, senza parola di accompagnamento, come si fa in ambito mafioso, dal Partito Marxista-Leninista Italiano:
questo testo [per il seguito del testo: http://www.pmli.it/onoreapolpot.htm]
Onore a Pol Pot
Lo ricorderemo per sempre come fulgido esempio di dirigente rivoluzionario fedele al proprio popolo e campione indomito della lotta per l'indipendenza e la liberazione nazionale
Conoscevo il testo per averlo letto sul sito del PMLI. Lo trovo, al di là delle farneticazioni, un testo interessante perché contiene molte delle fobie tipiche della sinistra di varia colorazione, compresa la mia di cui non distinguo bene il colore.
Affianco un altro testo che proviene da una diversa area di sinistra, il cui titolo facilone fa pensare: Pol Pot non era un comunista, pubblicato in rete nel 2010, ma del 1996 http://roma.indymedia.org/taxonomy/term/12968
Una interessante video intervista a Tiziano Terzani, del 1986, che si interroga su come si poteva e doveva vedere il fenomeno khmer rossi. Com materiali video inediti: http://www.youtube.com/watch?v=E-QCDjXT5v0
Terzani con Sihanouk
Gratta gratta, la questione PolPot/Khmer rossi più che dibattuta sembra essere usata come schermo per le proprie idiosincrasie. Retrospettivamente è facile liquidare Pol Pot & C. Sara' che in Italia non sono mai stati tradotti i testi della storiografia che ha lavorato sul fenomeno [mi riferisco ai lavori di Ben Kiernan, di David P. Chandler, di Michael Vickery; non a caso è stato tradotto di Philip Short, Pol Pot, Rizzoli, 2005, importante e molto discutibile] e ci si è dedicati soprattutto alla memoria dei testimoni [suggerisco tra queste: Francois Bizot, Il Cancello, Ponte alle Grazie, 2001, e Meas Nee, Al di là del cielo, Sankara, 2001]. Sarà che quella dei khmer rossi era una rivoluzione "antimperialista", aveva un manifesto consenso popolare, proclamava fini ineccepibili da un punto di vista "progressista", come si diceva allora. Sarà per tutte queste ragioni che mi è venuta voglia di andare a prendere i giornali d'epoca e vedere le posizioni, i frammenti di interpretazione, i dibattiti, dove ci sono stati. Ne renderò conto su questo blog.
Per cominciare inserisco qui la corrispondenza che inviai da Phnom Penh a Il Manifesto pubblicata il 24 settembre 1989:
Li senti nelle anime dei vivi e nella loro esatta percezione dell'inferno. Oggi, se vuoi dimostrare che la tua intelligenza del mondo è veramente disincantata, devi asserire, come un Ceronetti d’annata,“il secolo di Hitler, di Stalin e di Pol Pot sta per finire, cosa ci aspetta?” Ma qualche smagrita contadina cambogiana potrebbe far presente che Pol Pot è ancora vivo e vegeto. Il fatto è che la Cambogia è servita, suppergiù una decina di anni fa, a far macerare nel dubbio o nel pentimento le nostre anime inquiete. Dopodiché è tornato ad essere un paese subtropicale difficile da individuare sulla carta geografica. Siamo pronti, però, a eventualmente di nuovo indignarci, a mandare navi per i profughi, a imbastire operazioni di pace per cui non mancheranno pettoruti ministri della difesa e frementi generali Angioni. Nell’attesa che le cose degenerino, l’Italia ha sempre riconosciuta come legittima rappresentante della Cambogia all’Onu la coalizione che ha i khmer rossi di Pol Pot come forza principale.

Questo è il paese dove convivono nagi e apsara, i prìncipi della notte e dell’umidità con i prìncipi del sole e della secchezza, dove la tolleranza di religioni diverse è la forza stessa della religione. Nel frattempo la conferenza internazionale di Parigi che doveva avviare la pace in Cambogia è fallita, nell’indifferenza generale. Tuttavia a Phnom Penh non si respira un’aria di guerra. Anzi. Il “protettorato” vietnamita è finito da un po’ e c’è molta euforia. Forse troppa, la trasformazione economica è selvaggia, c’è chi mette su dei video shops sempre gremiti di ragazzini, che apre discoteche con rock thailandese, c’è il funzionario autorizzato a commerciare direttamente con l’estero, c’è la joint venture singapor-hongkong-cambogiana che sta ampliando l’hotel-casinò Cambodiana proprio all’incrocio magico dei quattro fiumi, e vengono i brividi a pensare i disastri del turismo di massa. L’impressione è che si sia avviata – e forse è ancora controllabile – la spirale nuovi ricchi e sempre più poveri, tipica del paesaggio terzomondiale. Però è anche vero che la produzione di riso è aumentata di cinque volte rispetto al 79, anche se non siamo ancora al livello degli anni Sessanta quando il riso la Cambogia lo esportava; quasi tutto il settore industriale e commerciale è privato e molto attivo. Gli vanno bene le previste elezioni, ad altri va bene il nazionalista Sonn San, a quasi tutti va bene il ritorno del principe Sihanouk; la storia cambogiana è piena di principi che tornano dall’esilio per mettere le cose a posto. Ma a nessuno va bene Pol Pot e i suoi. Nessuno crede che Khieu Samphan, l’attuale responsabile della fazione “khmer rossi”,sia più accettabile degli altri. Né ho sentito disquisire se sia meglio l’ex ministro degli esteri Ieng Sary o l’ex ministro della difesa Sonn San: i khmer rossi vengono visti come un blocco poco incline a differenziazioni ed evoluzioni.
Che Pol Pot sia ancora vivo i cambogiani lo sanno. Ad Angkor Wat, “la città che è un tempio”, due soldati mi hanno spiegato che la voglia di pace è più grande del grande Mekong, ma che la guerra contro Pol Pot potrebbe essere inevitabile. Sentivo nelle loro teste la stessa agitazione che avevo già raccolto da altri. Un’agitazione facilmente confondibile con le storie di Ramayana scolpite nelle gallerie di Angkor Wat, che tendono a stordire l’osservatore. Di sicuro la Cambogia di quegli anni era confrontabile con l’Inferno delle Ombre “ove non esiste che acqua più fredda del ghiaccio, e spazi desolatamente nudi, ove nessuna traccia di luce penetra secondo la descrizione del Trai Bhum, ma Pol Pot aveva alcune chiare idee in mente: solo l’agricoltura avrebbe potuto rendere la Cambogia indipendente dal resto del mondo e avviare l’accumulazione necessaria e la successiva industrializzazione. Dunque, bisognava riassumere in pochi anni la storia universale della risicoltura predisponendo le risorse umane necessarie ed eliminando quelle refrattarie. Tutto lo stuolo storico responsabile della mitizzazione del mondo e della cultura contadina si era concentrato nelle campagna cambogiane tra il 75 e il ’78. Un’utopia feroce che schiacciava sull’acceleratore della storia. Bruscamente interrotta dall’occupazione vietnamita che violava sì il diritto internazionale, ma metteva fine a questo tragico esperimento. Che il Viet Nam non fosse animato da fini umanitari è ovvio, d’altra parte anche il bombardamento alleato di Dresda non era del tutto a scopo benefico.
Oggi, alla frontiera con la Thailandia agiscono forse quarantamila khmer rossi, foraggiati, ancora in chiave anti-vietnamita e quindi anti-sovietica, dal governi cinese [prima e dopo la Tian An Men] e, indirettamente,dagli Stati Uniti che finanziano, per lethal assistance, le altre due fazioni, militarmente poco consistenti della coalizione antigovernativa, quella che fa capo a Sihanouk e quella nazionalista di Son San. Il repertorio è quello previsto dai manuali di guerra di bassa intensità: sabotaggi, mine antiuomo, imboscate, campi incoltivati, contadini che fuggono e non sanno con chi stare, aumento delle spese militari, degrado economico, isolamento internazionale, ecc. Contemporaneamente Singapore offre agli Usa le basi militari che sono malviste nelle Filippine. Non si sa mai.
A metà agosto il generale norvegese Martin Vadset girava un po’ spaesato per l’aeroporto di Phnom Penh. Lui e i suoi osservatori dell’Onu dovevano capire se la Cambogia era controllabile da una forza internazionale dopo il ritiro dei vietnamiti, cominciato mercoledì scorso. Sembrava dire Ma l’hai vista la Cambogia? Qui è l’abbondanza dei punti di riferimento che disorienta. I borassi flabelliformi o palme da zucchero o thnot con i loro 20 e più metri d’altezza sembrano sempre indicare impossibili crocicchi e sono come ramificati nel cuore della gente che li utilizza per il corpo e per lo spirito, sono nutrimento, bevanda, utensili, casa e fogli di palma per la scrittura. Qui anche la fisica classica ha vita grama: il Tonle Sap è un fiume la cui corrente sei mesi all’anno va in una direzione e gli altri sei in direzione contraria. Qui, lla terra che oggi è secca e crepata domani è un lago dove pescare.

Questo trauma del futuro è alimentato dalla memoria recente e fossilizzata, se così si può dire,delle migliaia di teschi esposti nello stupa del campo di steminio di Cheoung Ek. Nessuno sa se tra questi c’è anche quello del cantante Sin Sisamouth, che anch’io posso ascoltare su una cassetta duplicata forse idraulicamente ma con molto amore. [aggiunta 2010, su You tube la voce di Sisamouth: http://www.youtube.com/watch?v=LGt4vrYTKdI&feature=related]
La sua voce sembra essere stanca, come deve essere un po’ stanca la Cambogia. Stanca di essere stata rosicchiata dai Siamesi, poi dai Vietnamiti, poi di nuovo dai Siamesi, “protetta” dai Francesi, bombardata dagli Americani, sterminata dai Cambogiani stessi. Ma forse non è stanchezza quella delle migliaia di contadine che tutti i giorni si piegano sul riso amaro, forse è proprio la lentezza del lavoro della risaia che lo esige, un tempo e una minuziosità diverse dalle nostre. Ci vorrà comunque del tempo per tornare ai quattro raccolti dell’epoca di Angkor contro i due di oggi.
In Cambogia l’idraulica è più importante della stilistica o dell’ermeneutica da noi, deve tornare ad essere anche più importante della strategia e della diplomazia. Da qui vengono appelli perché la comunità internazionale si muova prima non dopo la degenerazione di un conflitto. Le risaie sono ancora in attesa delle risposte. Chi ha visto il sorriso delle statue di Angkor sa che quello è il traguardo: gli occhi chiusi e il sorriso interiore di chi può godere la pace. Di chi sa che all’inizio del tredicesimo secolo diventò famoso il re Jayavarman VII per gli ospedali che creò in tutta la Cambogia. Le pagine di pietra di Angkor lo ricordano così: Egli soffriva delle malattie dei suoi sudditi più che delle proprie, poiché è il dolore pubblico il dolore dei re, e non il loro singolo dolore.
Caro Claudio Canal, complimenti per la pagina sulla Cambogia, argomento ingiustamente dimenticato. Dalla foto sembri molto molto giovane, ma forse non lo sei e quindi non sei cresciuto nel deserto politico degli ultimi vent'anni ma nel maceramento flagellatorio della sinistra degli anni precedenti. Io posso condividere il fatto che crta sinistra di allora avesse i paraocchi e che ormai solo alcune frange cosiddette ML hanno (ML sta per Marxisti Leninisti ma più che altro sono stalinisti massimalisti), ma non credo che sia questo il problema del caso Pol Pot. E tra l'altro non credo neanche che chi ha scritto che Pol Pot non era comunista sia per questo un facilone. Infatti esistono delle solide argomentazione per affermarlo. Intanto Marx nel Capitale esclude a chiare lettere la possibilità di attuare il comunismo tornando a condizioni premoderne se non addirittura preistoriche. Quindi di sicuro non seguiva il pensiero di Marx. Si potrebbe obbiettare che fosse comunque un comunista per il fatto di proibire la proprietà privata e di attuare la socializzazione dei mezzi di produzione. Ma anche in questo caso tutto ciò è molto opinabile. Infatti più che a una società comunista in cui la comunità gestisce insieme liberamente la produzione quella di Pol Pot assomigliava a un potere assolutista in cui tutta la proprietà era del partito che a sua volta dipendeva in modo assolutistico dal suo leader. Quindi la situazione era verosimilmente più quella ben nota del dispotismo orientale che non quella della gestione comune dell'economia in una società comunista, senza considerare che le persone lavoravano sotto controllo (non liberamente) sotto costante terrore della pena capitale ecc. Tutti elementi che in chiave comunista farebbero pensare a uno stato di riduzione in schiavitù e non di riappropriazione collettiva del ciclo produttivo. Poi ogni teoria comunista o socialista ha come obbiettivo la tutela o il riscatto della dignità umana attraverso un processo di emancipazione, principio che è stato contraddtto a chiare lettere dal Pol Pot stesso quando affermava che solo le persone utili al lavoro nei campi dovevano restare in vita mentre le altre erano di peso e potevano essere eliminate. Non c'è traccia di nessun principio umanista in posizioni come questa. Infine anche per sua stessa formazione Pol Pot non è un marxista, in quanto prima ha ricevuto un'educazione in un monanstero buddista per diventare bonzo e poi a Parigi si è ispirato alle teorie di filo terzomondiste di Sartre e probabilmente di Fanon che predicava con la benedizione di Sartre l'eradicamento violento di qualsiasi traccia di dominio coloniale. Roberto T.
RispondiElimina