ho pubblicato su RIFORMA -Settimanale valdese, del 22 gennaio 2010,
il seguente articolo:
Se siete abituati a vagare per la rete [con o senza maiuscola?], insomma se Internet vi ruba molto del vostro tempo libero e non solo, forse vi sarà capitato di incontrare dei siti o più frequentemente dei blog o dei profili Facebook intestati a persone che sono
decedute. Di solito messi in rete o mantenuti da amiche e amici, fidanzati, genitori. In cui la persona che è morta «vive» la sua vita digitale a pieno titolo. Ci stanno i suoi scritti, le foto e i video, le preferenze, le originalità, combinate con dialoghi di amici, documenti della vita comune, tracce della vita «futura» che amici e conoscenti si preoccupano di aggiornare: Caro (o cara) siamo andati sulla spiaggia che ti piaceva tanto e tu eri con noi. Ci torneremo la prossima domenica e saremo di più: Canteremo quella canzone che tu amavi [audio della canzone con video, foto degli amici, prima e dopo il decesso].
Il corpo elettronico continua la sua vita. È un’ombra, niente di più, ma per gli standard
della rete è sufficiente. Nella rete non si muore mai, in un aldilà un po’ spettrale,
ma quale non lo è? Altre persone possono unirsi, interloquire, creare una socialità postmortuaria ma non fasulla. Il corpo elettronico può benissimo stare sulla scena informatica, il suo grado di realtà è sufficiente ed è anzi pari a quello di tutti gli altri. È molto di più della foto, cui eravamo abituati e affezionati come memoria dei nostri defunti. È un’impronta che non si differenzia dalle altre impronte elettroniche. Voglio dire che il mio blog mi sopravviverà e nella metafisica elettronica non avrà meno consistenza,ontologia direbbero gli «studiati », di quella che ha adesso.
Vivrà autonomamente da me, che sia alimentato da amici e conoscenti o che sia lasciato in abbandono. A dire la verità, siccome non so bene che tipo di rapporto ci sia tra la rete e l’eternità, o anche qualcosa di meno, non azzardo previsioni sulla durata.
Di fatto, in questi casi, il caro estinto non si estingue mai. A questo proposito è interessante, come sempre, confrontare dinamiche diverse. Se qualcuno consulta i regolamenti funerari dei Comuni scoprirà quello che tutti
sappiamo o abbiamo sentito dire: la durata delle inumazioni si va sempre più accorciando, salvo rare eccezioni. Questioni di spazio, i morti si accalcano e sono sempre di più, e questioni di tasca, le Amministrazioni hanno bisogno di soldi freschi. Dopo una generazione o al massimo due il defunto deve sloggiare. La salma, il suo corpo fisico, ingombra, la materia è per l’appunto materiale e non metafisica. A lato e a conferma, i corpi eliminati dalle cremazioni.
Da una parte, dunque, il dissolvimento accelerato del corpo fisico, dall’altra il prolungamento
in un corpo digitale che sfiora l’immortalità.
Al defunto «in carne e ossa», naturalmente, tutto questo non potrebbe interessare di meno, ma alla società dei vivi qualche riflessione converrebbe farla se pensiamo il nostro immaginario non sempre uguale a se stesso, imbalsamato, mi verrebbe da dire.
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